Un sindacato per gli immigrati(?)

Era il 1964 circa, avevo sei anni e vivevo a Quaracchi, periferia di famiglie molto modeste allora.
Un giorno alla settimana passava un tipo sui 40 anni ma ne dimostrava 60. Siciliano, piccolino, barba incolta, pochi denti in bocca. Alla vecchia giacchetta aveva diverse toppe e le scarpe sfondate nella suola. Spingeva a mano una vecchia bicicletta, davanti e dietro, due enormi e pesanti cassettiere di legno. Dentro, migliaia di bottoni, quello vendeva porta a porta bussando agli usci. Osservandolo intuivi che saltava parecchi pasti e se a vederlo era uno di sei anni, vuol dire che la cosa era evidente.La mamma e altre vicine, a volte gli davano un piatto di minestra, lui ringraziava sempre con una grande gentilezza ed una sua dignità conservata gelosamente. Altre volte, a pranzo, si sedeva sugli scalini della piazzetta, apriva un fagotto di stracci e ne tirava fuori un cantuccio di pane.
Se parlava, era difficile capirlo, forse aveva un italiano mischiato al suo dialetto e certo a scuola c’era andato poco.
La cosa che mi colpiva erano gli occhi, molto molto tristi, rassegnati. Se lo incontrassi oggi, sessanta anni dopo, lo riconoscere senza difficoltà, quel viso è impresso nella mente.
Fu allora che iniziai a vedere cos’erano i miserabili, i poveri cristi.

Ecco.

Gli sfruttati, i poveracci ci sono sempre stati e non hanno colore. Per gli aguzzini, per i caporali, il colore della pelle non è importante, non è che il caporalato è arrivato insieme agli sbarchi degli immigrati..

Per questo, fare una associazione o un sindacato che difendano i diritti dei neri sfruttati nei campi, la trovo una cosa profondamente sbagliata, un regalo a chi lavora da sempre per dividere i poveri.
Temo sia anche il frutto, avvelenato, di chi sogna un po di potere, di visibilità mettendosi a capo di questa truppa di sciagurati.
I sindacati ci sono già, serve supportarli e farli funzionare al meglio, non farne altri.

Dividi et impera?