Il mio Totò si chiama Lester

Lester, il mio Totò.

Si parla molto e spesso di cosa sia l’arte. In troppi oggi, si definiscono artisti con notevole faciloneria, come chi accompagnandosi alla chitarra si definisce velocemente chitarrista. La tecnologia e la rete hanno reso molto più semplice studiare ed acquisire ma hanno anche aperto la porta a molti equivoci, hanno aperto mondi complessi a chi ancora arranca sulle basi minime.

Capitò anche a me, ero giovane e partii dall’avanguardia ignorando completamente la tradizione, mi costò molto quell’errore poi recuperato con molta fatica. Nella scuola c’è una progressione: asilo, elementari, medie, superiori, università, non è un caso.

Da bambino, nella sua casa di Frederick nel Maryland Lester Bowie studiava a finestra aperta “Spero che Armstrong passi e mi chiami nella sua band”. Armstrong, da lì non passò mai, ma lui continuò a studiare a fondo, tutta la vita: la conosceva molto bene la tradizione Lester Bowie.

Dopo molte esperienze in gruppi rithm and blues, la musica da chiesa e traditional, finalmente l’incontro con i matti creativi di Chicago, quelli della AACM , fino ad entrare in uno dei gruppi più rivoluzionari della storia, gli Art Ensemble of Chicago. Da lì, quaranta anni di capolavori con AEOC e con diverse sue incredibili formazioni, fino alla morte prematura nel 1999.

Lester è stato uno dei più grandi innovatori del 900. La sua cifra è fin da subito lo sberleffo, la gioia e la tragedia, tutto rivisitando e saccheggiando la tradizione. Pezzi talvolta stantii e bisunti, nella sua tromba riprendevano luce e diventavano cose straordinarie. Dallo sberleffo, la nota soffocata nel mezzo pistone, un attimo dopo ti stende con una liricità che non trova paragoni, nemmeno oggi a 21 anni dalla scomparsa. Lo ascolti rapito e pensi che dopo quella nota non ne avrà altre, invece te ne serve altre, ancora più belle e ti chiedi da dove cavolo peschi quel suono, quelle note.

Cuore, molto cuore che miscelato ad una conoscenza profonda della storia creano un mondo, il suo e credetemi, lo dico da trombettista, irripetibile.

Ecco, qui, per me, si può parlare davvero di arte e di qualcosa che ha cambiato la storia di questo strumento e di certa musica, qui si tocca la vita, nella gioia e un attimo dopo nella tragedia e tutto esce da quella tromba che suona senza riserve, fino a stramazzare al suolo sfinita.

Cerchiamo la via personale, cerchiamo l’emozione, mettiamoci il cuore. Non cerchiamo le note.

Ma la vita a volte è feroce, si sa.

L’ultimo concerto a Cagliari, l’amico fraterno Isio Saba, ne ruba qualche scatto, la figura è impietosa, Lester è ridotto ad uno scheletro, al polso il solito orologio col solito cinturino di sempre ma questa volta scivola quasi fino al gomito. Si salutano “Ci vediamo”. Isio sa che quella sarà invece l’ultima volta.

Pochi mesi dopo San Patrick, New York City, Isio l’unico italiano presente alla cerimonia funebre.

Lester disteso nella bara, truccato, la tromba muta tra le mani. Pochissimi ristretti amici e parenti. Max Roach passa cinque minuti muto davanti al feretro, poi si inchina.

Una formazione ridotta a trio dell’Art Ensemble of Chicago intona una Odwalla, lenta, stanca, poco credibile, la tragedia travolge anche la musica. Con Lester se ne vanno quaranta anni di vita insieme, di musica di viaggi, con Lester scompare un amico fraterno ma anche il contrappeso giocoso ed energico al passo severo ed intellettuale delle ance di Roscoe.

Il feretro è ora sul marciapiede in attesa di partire per la tumulazione nel piccolo cimitero di Frederick a 200 metri dalla casa del padre novantenne.

Un signore passando, chiede all’autista chi sia morto “Un musicista, è morto un musicista” risponde.

Fossi stato presente al funerale del nostro Totò e mi avessero chiesto, non mi sarebbe mei venuto in mente di rispondere “Un attore”

La vita a volte è anche feroce.

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