La quarantena Covid19 mostra ciò che siamo, da sempre.

Ho sempre pensato che in molti abbiano comperato poi, i dischi di Chet, per via della tragica fine. Lo stesso per Massimo Urbani, chi sa, se non avesse concluso la sua vita in quel modo così tragico, chi sa se sarebbe stato considerato al di fuori del giro dei colleghi e degli amici. Stesso dicasi per Luca Flores ed altri, vissuti con difficoltà e finiti peggio.
Le vicende e la morte degli altri anche come argomento dei salotti borghesi, quei salotti che la merda della strada e delle arti non l’hanno mai nemmeno sfiorata se non per esercizio accademico, una sorta di “Disagio experience” Spesso gli stessi che fanno L’Isola dei famosi per provare finalmente la fame o la mancanza del bidet.
Il popolo e la borghesia hanno sempre amato la novella dell’artista maledetto, sui libri, perchè se il maledetto lo hai in casa…beh allora fai i conti con una realtà ben più concreta e amara. E sempre il popolo, in buona parte, compera i dischi di chi vede in tv. Non perchè ne conosca il percorso, lo condivida ma semplicemente perchè la tv lo “battezza”. D’altra parte il popolo è da sempre cibato a miscela piuttosto che grano turco, per questo non ha spesso i mezzi.
Il problema diventa però ancor più serio quando questo atteggiamento riguarda, ed è questo il caso, gli operatori, quelli che decidono, fanno e disfanno, muovono finanziamenti e strutture.
A Firenze ma nel resto del Paese non è diverso, abbiamo le leve di questo comparto, in mano a personaggi che il jazz lo hanno letto solo sui libri, lo amano perchè “fa trend”, se ascolti jazz e boicotti Sanremo, sei un intellettuale, sei un tipo particolare. In realtà sei un falsario perchè spento il giradischi e chiuso il libro, sei il solito borghese che conduce una vita da perfetto borghese, magari pagando cinquecento euro per un paio di scarpe con pelle “ecologica”.
Decidi cartelloni spazi e finanziamenti facendoti guidare da “E’ famoso/non è famoso. Si droga/non si droga”
Fai confusione tra aggettivi e sostantivi, tra famoso e bravo.
Vivi nell’illusione di aver capito un mondo con tutte le sue complesse dinamiche umane e artistiche, quando in realtà non ci hai capito una beata minchia. Credi di conoscere il fetore del bottino e di poterne parlare consumando un cheese cake seduto da Paszckowsky.
Ie arti non sono in mano a chi le cura, le vive e le subisce ma bensì a chi ne decide la sopravvivenza, con un finanziamento o comperando un disco, un libro.Sono declassate a merce infine.
Non posso poi stupirmi se nella situazione attuale, il Governo fa fatica a parlare di certi comparti, non ne sa nulla e non vuole saperne nulla.
L’emergenza sociale è in realtà un’emergenza culturale, artistica. Può essere facile riaccendere un macchinario post crisi, è quasi impossibile riaccendere uno spirito, un artista.

Ci vorrebbe allora un suicidio per riaccendere la luce, ci vorrebbe una tragedia alla Urbani, alla Flores o alla Chet, si ecco, alla Chet, qualche musicista che si lanciasse dal campanile di Giotto o dal Colosseo. Allora la cultura, le arti tornerebbero alla cronaca, almeno per una manciata di minuti.

Il mio Totò si chiama Lester

Lester, il mio Totò.

Si parla molto e spesso di cosa sia l’arte. In troppi oggi, si definiscono artisti con notevole faciloneria, come chi accompagnandosi alla chitarra si definisce velocemente chitarrista. La tecnologia e la rete hanno reso molto più semplice studiare ed acquisire ma hanno anche aperto la porta a molti equivoci, hanno aperto mondi complessi a chi ancora arranca sulle basi minime.

Capitò anche a me, ero giovane e partii dall’avanguardia ignorando completamente la tradizione, mi costò molto quell’errore poi recuperato con molta fatica. Nella scuola c’è una progressione: asilo, elementari, medie, superiori, università, non è un caso.

Da bambino, nella sua casa di Frederick nel Maryland Lester Bowie studiava a finestra aperta “Spero che Armstrong passi e mi chiami nella sua band”. Armstrong, da lì non passò mai, ma lui continuò a studiare a fondo, tutta la vita: la conosceva molto bene la tradizione Lester Bowie.

Dopo molte esperienze in gruppi rithm and blues, la musica da chiesa e traditional, finalmente l’incontro con i matti creativi di Chicago, quelli della AACM , fino ad entrare in uno dei gruppi più rivoluzionari della storia, gli Art Ensemble of Chicago. Da lì, quaranta anni di capolavori con AEOC e con diverse sue incredibili formazioni, fino alla morte prematura nel 1999.

Lester è stato uno dei più grandi innovatori del 900. La sua cifra è fin da subito lo sberleffo, la gioia e la tragedia, tutto rivisitando e saccheggiando la tradizione. Pezzi talvolta stantii e bisunti, nella sua tromba riprendevano luce e diventavano cose straordinarie. Dallo sberleffo, la nota soffocata nel mezzo pistone, un attimo dopo ti stende con una liricità che non trova paragoni, nemmeno oggi a 21 anni dalla scomparsa. Lo ascolti rapito e pensi che dopo quella nota non ne avrà altre, invece te ne serve altre, ancora più belle e ti chiedi da dove cavolo peschi quel suono, quelle note.

Cuore, molto cuore che miscelato ad una conoscenza profonda della storia creano un mondo, il suo e credetemi, lo dico da trombettista, irripetibile.

Ecco, qui, per me, si può parlare davvero di arte e di qualcosa che ha cambiato la storia di questo strumento e di certa musica, qui si tocca la vita, nella gioia e un attimo dopo nella tragedia e tutto esce da quella tromba che suona senza riserve, fino a stramazzare al suolo sfinita.

Cerchiamo la via personale, cerchiamo l’emozione, mettiamoci il cuore. Non cerchiamo le note.

Ma la vita a volte è feroce, si sa.

L’ultimo concerto a Cagliari, l’amico fraterno Isio Saba, ne ruba qualche scatto, la figura è impietosa, Lester è ridotto ad uno scheletro, al polso il solito orologio col solito cinturino di sempre ma questa volta scivola quasi fino al gomito. Si salutano “Ci vediamo”. Isio sa che quella sarà invece l’ultima volta.

Pochi mesi dopo San Patrick, New York City, Isio l’unico italiano presente alla cerimonia funebre.

Lester disteso nella bara, truccato, la tromba muta tra le mani. Pochissimi ristretti amici e parenti. Max Roach passa cinque minuti muto davanti al feretro, poi si inchina.

Una formazione ridotta a trio dell’Art Ensemble of Chicago intona una Odwalla, lenta, stanca, poco credibile, la tragedia travolge anche la musica. Con Lester se ne vanno quaranta anni di vita insieme, di musica di viaggi, con Lester scompare un amico fraterno ma anche il contrappeso giocoso ed energico al passo severo ed intellettuale delle ance di Roscoe.

Il feretro è ora sul marciapiede in attesa di partire per la tumulazione nel piccolo cimitero di Frederick a 200 metri dalla casa del padre novantenne.

Un signore passando, chiede all’autista chi sia morto “Un musicista, è morto un musicista” risponde.

Fossi stato presente al funerale del nostro Totò e mi avessero chiesto, non mi sarebbe mei venuto in mente di rispondere “Un attore”

La vita a volte è anche feroce.