La situazione odierna

Questa mia piccola riflessione, segue in qualche maniera il precedente articolo “Il jazzino”

Parlando con un carissimo amico, bravissimo e preparatissimo musicista, mi diceva che era stufo di suonare dal vivo, era stufo di insegnare,che voleva cambiare “mestiere” sparire infine.  Personalmente non sono stufo ma certo sono, come molti colleghi, molto molto amareggiato.Oggi giorno il musicista che non sia una star con un ufficio stampa, passa più tempo a scandagliare siti web ed inviare proposte, piuttosto che a studiare e/o comporre. Far partire un progetto basato su musica originale richiede un grandissimo dispendio di mezzi, intellettuali, economici e fisici. Il problema salta fuori subito dopo ed è relativo al totale disinteresse della maggior parte dei gestori dei locali, dal jazz club, al teatro, al ristorante che faccia un aperitivo in musica. Se c’è il nome della star si può valutare , però spesso non ci sono i quattrini per chiamare quel nome. Cosa accade allora? Beh, un fenomeno tutto italiano (si perchè in nord Europa si ragiona in maniera molto molto più aperta) accade che il gestore si rivolge a gruppi (spesso costituiti anche bravi musicisti…) che propongano un tiepido Real Book, proprio come è scritto. Accade così che il pubblico si ritrova a riascoltare decine di volte lo stesso repertorio, da Body and soul a Night in Tunisia a My funny Valentine  eccetera. I soli non possono quasi mai neppure eguagliare quelli eseguiti a suo tempo dai giganti, i temi non hanno arrangiamenti freschi e/o innovativi, insomma, si rimane al palo e si propone una seratina prevedibile perchè prevedibile è la musica.In fondo però la cosa piace, è fatto così questo Paese, gestori e pubblico idem. Ci piace riconoscere il solito tema e chi osa oltre disturba. E’ lo stesso motivo per il quale siamo ancora affezionati e rassicurati da Albano e Romina, da Pippo Baudo, da Bonolis e forse anche da Iva Zanicchi. Un Paese che non vuole mai rischiare,un Paese conservatore, ripiegato sui fasti, eventuali, del passato, in una parola, un Paese che non sa andare avanti.Un Paese che ama vivere nei ricordi dei tempi che furono.Anche per questo siamo fanalino di coda in tutto oramai, nei costumi, nella religiosità in odore di superstizione , nelle arti e nella cultura. D’altra parte da noi le madonne piangono, San Gennaro coagula il sangue e Padre Pio può guarirti meglio di un chirurgo.Quindi i migliori cervelli emigrano altrove e gli artisti che non sono passati dalla televisione, qualla scatola che certifica che “si, questo è bravo” smettono di creare, proporre, scomparendo pian piano nell’indifferenza di tutti, persino di chi la cultura dice di promuoverla. Ma può chiamarsi cultura il riproporre schemi bisunti? C’è cultura se non c’è rischio? E’ cultura vivere nel passato? Sei li che fai il pane con il miglior grano, lo cuoci nel forno a legna ma in troppi preferiscono il pane scongelato del super mercato…per forza.è uguale tutti i giorni, è una sicurezza insomma.

Ecco perchè quella volontà di smettere di suonare e di insegnare non è frutto di follia ma lucida analisi e porta alla resa l’artista prima ed il Paese poi.

 

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