Più fornai meno artisti

Vedo diversi manifesti e annunci video di insegnanti di musica che dichiarano apertamente una parte determinante della loro “offerta formativa”: il divertimento.
In generale ritengo personalmente importante “alleggerire” una certa parte del lavoro, dello studio.
A volte però questo diventa causa ed effetto (negativo) al tempo stesso. In un tempo nel quale la pasoliniana frase “Allenare i giovani alla sconfitta” diventa incredibilmente necessaria, trovo criminale questo remare contro a tutti i costi anche quando la natura ti dice “Sei alto un metro e quaranta, non puoi giocare a basket nei professionisti…”.
Già zeppi di programmi tritacarne nei quali tutti sono aspiranti artisti o aspiranti chef, sarebbe buona cosa tornare a parlare di scuola, di impegno, di sforzo, di fatica , di premio e appunto di sconfitta da elaborare, da accettare soprattutto.
Eh si perchè ottenere certi risultati non passa affatto per il divertimento ma richiede uno sforzo ed una costanza che chiamerei addirittura fede, o come mi diceva mia mamma, fissazione.
L’allievo che non studia se non si diverte è un pessimo allievo, io non lo vorrei, l’insegnante che promette risultati divertendosi è un pessimo insegnante se onesto, un truffatore se disonesto.
Gli insegnanti e le scuole che promettono risate a crepapelle nello studio son le stesse figure che poi si lamentano del crollo di iscrizioni o della “concorrenza sleale e scadente nei live”
Siete voi che mettete in giro orde di illusi incapaci strimpellatori.
Non chiedo la parrucca alla Handel e la faccia scura piegati sul pentagramma ma per favore provate ad immaginare una via di mezzo.Se mi voglio divertire non vado a scuola, vado al luna park, a scuola ci si va per studiare, per crescere o magari per scoprire che non siamo tagliati per quella cosa.L’insegnante che regala lodi a tutti è un bugiardo, il genitore che ti chiama genio incompreso è un frustrato che cerca la rivalsa nel figlio.E allora vedi che molti non cercano di diventare bravi ma “famosi”. Io agli allievi dico sempre che se vuoi diventare famoso non serve farsi il culo a scuola, esci, accoltelli uno e domani mattina sei certamente sul giornale.Non tutti possono fare gli “artisti” e d’altra parte c’è un gran bisogno di fornai, il pane ci serve tutte le mattine…Non è nemmeno una necessità dell’anima, è una bufala credetemi, vedo tanti “artisti” tristi e squattrinati, la maggior parte per lo più, al contrario vedo molti fornai soddisfatti e col conto in banca.Andrebbe fatta chiarezza tra l’hobby trattato al pari della settimana bianca, del tennis o della pedalata e la vera necessità mentale del fare musica e amenità simili. Un hobby è una cosa che può basarsi su di un impegno relativo, sul cazzeggio addirittura. La stessa attività se portata davanti ad un pubblico e se il pubblico addirittura paga per venirvi ad ascoltare…beh la cosa cambia.E qui si entra nella questione del “mercato”. Tanti operatori del settore mi dicono di non preoccuparmi, che sarà il mercato a fare chiarezza, a distinguere il dilettante (scadente) dal professionista (di qualità) o se vi sembra più democratico, la roba buona da quella tirata via e dozzinale, sempliciotta.Questo è vero solamente in un mercato sano, il nostro è invece un mercato completamente falsato da miti farlocchi, incapaci che però hanno il santo nel posto giusto etc.Accade più spesso di quello che si pensi che allievi (spesso poco portati o svogliati) abbiano più serate live del loro insegnante. Il motivo va ricercato in due aspetti che tra l’altro rappresentano il classico cane che si morde la coda: Un pubblico culturalmente scadente, una programmazione ed una gestione del settore assolutamente scadente.Programmazioni scadenti generano pubblico scadente che a sua volta richiederà programmazioni scadenti.Ah a proposito, non se ne può più nemmeno delle cover band, che sono una copia ingiallita e fuori contesto temporale/storico dell’originale. Persino una scureggia è irripetibile così come fu in origine, figuriamoci.D’altra parte oramai da anni la figura del fare arte è stata distorta, sminuita, umiliata ma soprattutto è stata semplificata.

Oggi chiunque prenda in mano un microfono, una chitarra fa automaticamente l’artista, ergo fa arte. Definire cosa sia arte e cosa non lo sia, è infattibile, in troppi ci hanno provato ma la risposta pare non esistere. Però, che facciamo arte o no, che pensiamo che quello che stiamo facendo ci abbia a che fare o meno, ci dovrebbe incutere un certo rispetto, un timore, una prudenza. Chi nel passato ha fatto cose memorabili era così, aveva un passo che altri non avevano ed era mediamente gente che in quella cosa ci ha speso tutta la vita. Prendete Thelonious Monk, Charlie Mingus, Glenn Gould, Maria Callas, Eduardo De Filippo, Totò, Anna Magnani e la lista sarebbe ancora lunghissima in molti settori, queste persone hanno investito tutta la giovinezza ed ogni minuto del loro tempo per studiare, approfondire, migliorare e creare o provare a creare.Ecco che ci hanno lasciato più di un messaggio, uno sicuramente: se devi dire qualcosa, cerca di avere qualcosa da dire. Ecco che allora ti rendi conto che serve amore, cultura, nozioni, tecnica, fantasia, creatività. Serve decidere che questa cosa sarà la nostra vita comunque vada.

Ecco come è difficile, costoso, sputtanante, miserabile fare l’artista, in qualche maniera è una disgrazia.

Quindi mi auguro che molti presunti insegnanti cambino mestiere, che molte presunte scuole chiudano i battenti e magari che aumentino in maniera considerevole forni e fornai.

 

 

 

 

 

 

Punto e a capo.

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