Io tu loro, noi.

Pare che stiano accadendo fatti sconvolgenti, questo mix di guerre ovunque, il medio oriente che non trova pace, gli attentati in nome di qualcuno (che non si è mai visto…)le super potenze che tramano dietro le quinte destabilizzando e dividendo per poi piazzare le loro politiche. Ma anche il clima che sta cambiando, la dignità del lavoro scomparsa, la dignità di tanta gente di tanti popoli ignorata.

Ma noi dovremmo sapere che tutto questo è storia secolare, non sta accadendo nulla che non abbiamo mai visto.Il cuore dell’essere umano è da sempre ricovero di bene e di male.

A me interessa di più la reazione che abbiamo, ecco qui ci vedo un vero cambiamento.

Limito il discorso alla mia categoria quella chiamata, spesso impropriamente, quella degli  artisti.

Oggi si assiste anche nel mio ambiente ad un individualismo ed un protagonismo accecanti. La “carriera” parola che odio con tutto me stesso e non la partecipazione, il contributo alle arti. Perchè possiamo fare qualsiasi carriera ma dovremmo ricordarci che la musica ci sopravviverà, persino di Chopin non rimane che una lapide al cimitero…

E allora andiamo un attimo indietro, ci fu un tempo nel quale le menti e i cuori più “allenati” al sentire si fecero carico delle cose, i movimenti di intellettuali e i Partigiani verso l’arroganza dei regimi, eppure certi intellettuali e molti Partigiani non erano che ragazzi.

Anche nella musica ed anche in Italia abbiamo avuto e qualcosa ancora sopravvive, persone che hanno inteso l’arte come veicolo per cambiare le cose in meglio per tutte le persone.

Tutte queste persone hanno pagato un duro prezzo, molti con la vita ma non poterono fare altrimenti, perchè animati da una certa coscienza, perchè bisognosi di sogni, di utopie.

Forse i ragazzi son sempre uguali, anche oggi forse hanno sogni e utopie in testa,

Cosa è cambiato allora? Se negli anni 60 quando io ero adolescente era normale aiutare una vicina con un piatto di minestra, era normale scendere in piazza tutti insieme per chiedere o denunciare qualcosa, sognavamo e praticavamo la lotta di classe ad esempio. Le classi esistono oggi ancor più ma la lotta è scomparsa.

E’ necessario è urgente ritrovare una coscienza di massa, riscoprire il senso delle cose e combattere, con la musica? Con la letteratura? Con la danza? Con lo sciopero dei lupini?Va bene tutto.

Chi oggi voglia fregiarsi di una parola che io ritengo titanica, artista, deve dimostrare di esserlo, a se stesso prima di tutto. Solo questo ci consentirà di poterci guardare allo specchio, ogni mattina.

Cosa rimane delle persone, un’opera? Una manciata di battute di musica? Un dipinto? Forse, si questi spesso ci rimangono nel cuore ma soprattutto rimane quello che queste persone erano.

E dunque, scriviamo post indignati, post esultanti, post incitanti ma soprattutto partecipiamo, facciamo, schieriamoci apertamente è questo che cambia le cose, è questo che ci da il diritto di chiamarci artisti.

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Panta rei

E’ vero, tutto passa. Apprendo solo ieri della morte ad Amsterdam nel 2012 di Sean Bergin, musicista bianco sudafricano classe 1948. Sean era nato a Durban e da quella terra aveva preso gran parte della sua ispirazione studiandone a fondo le tradizioni della musica popolare dei neri e condividendone le lotte razziali ma poi la sua patria era stato il mondo, vivendo e suonando soprattutto in Italia e nord Europa.

Era un saxofonista ma in realtà faceva parte di quelle persone toccate dal fato per le quali ogni strumento è buono per far musica, un genio direbbero molti oggi.

Faceva parte della generazione degli Han Bennink, dei Peter Brotzman, dei Tomasz Stanko etc.

Fu una generazione di musicisti straordinari di avanguardia difficilmente incasellabili perchè avevano un’idea di musica globale, in parte come Don Cherry, Joe Zawinul. A Firenze veniva spesso, io ero studentello di musica e lo ricordo sempre circondato da amici, suonavano musica tosta e suonavano dovunque, dal jazz club alla pensilina della stazione centrale, spesso dopo aver fulminato alcuni litri di alcol , eppure la loro musica era oltre, provocatoria, dissacratoria, dolce, amara, feroce, rappresentava perfettamente il malessere di certe generazioni.

Con rammarico mi rendo conto riascoltando quel poco che è rimasto in rete, che a quel tempo non capii a fondo la grandezza e la bellezza di quel messaggio e di quelle persone, anche se ascoltarli era un trip, molto molto forte credetemi.

Una cosa accomunò quel giro di musicisti, un’ideale di uguaglianza per tutti i popoli una uguaglianza di opportunità e di condizioni sociali. Non lo so se era ragionevole, se fosse giusta come visione ma so che ci rappresentava, noi e la nostra rabbia e so che quella visione permeava ogni nota che facevano.

Oggi mi guardo indietro e sento che quel tipo di persone, quel mondo mi manca molto, c’era una purezza rara in quelle persone, una capacità di fare comunità oggi sconosciuta.

Allora come oggi era difficile essere davvero così fino in fondo, anche allora come oggi eri visto come uno strano, uno fuori ma io so che queste persone ci aprirono un mondo, ci spianarono una strada.

La cosa per la quale sono fortemente debitore nei loro confronti è l’aver imparato la vera funzione delle arti, unire le persone, farle “crescere” renderle consapevoli di ciò che le circonda ed agire, si se vogliamo cambiare in meglio il mondo dobbiamo agire, loro alla loro maniera lo fecero.

Oggi è tutto show e poca sostanza, chi ha idee contro corrente spesso ha timore di metterle sul tavolo ma è necessario farlo.

 

Citando un altro gigante, Lester Bowie “Le arti hanno il compito primario di migliorare il livello di vita delle persone, di tutte le persone”

 

Io la vedo come Lester e cerco di portare avanti l’atteggiamento dei Sean Bergin, se non raccogliessi quella rara eredità queste persone avrebbero seminato inutilmente e lo troverei tremendo.