Le parole

Hanno un peso le parole, si sa che talvolta fanno davvero male. Mi trovo ad invecchiare in un’epoca nella quale la parola viene usata spesso con superficialità, i media e la rete ne fanno da veicolo.

Artista, razzista, immigrato, clandestino, amico, nemico, rom, terrorista,precario, ateo, credente, povero, disoccupato, occupato, esodato, rassegnato e aggiungerei felice, triste, così per citarne alcune inflazionate.

C’è un mondo dietro ad ogni parola, ci sono persone. L’etimologia della parola stessa potrebbe aiutarci a farne un uso più corretto e soprattutto più parsimonioso.

Ci troviamo invece ad usarle a caso, come coltelli affilati, spesso in rete sui social, spesso per far male quando il male invece ce l’abbiamo noi dentro.

Penso si parli troppo e ci si dimentichi invece di agire, di fare.

Succede così che si liquida dalla nostra coscienza una serie di persone, una serie di questioni semplicemente con una parola, alla quale non segue niente.

E’ veloce, è facile la parola, terrorista ad esempio. Ma cosa è un terrorista oggi? Chi è veramente tale? Se lo è, perchè? Noi ne siamo in parte responsabili?

Se dovessimo essere costretti a dare una nostra risposta a queste domande, se ogni volta che “spariamo” una parola per ferire ci venisse chiesta spiegazione, il nostro sistema mentale costruito su certezze di sabbia crollerebbe.

E’ così comodo invece usarle come coltelli e senza dover renderne di conto. Ma prima di tutto fanno male a noi. Si fa un gran parlare sulla crisi della civiltà Europea, su un sistema che credevamo buono, ricco, acculturato, benestante, generoso.

Invece attraverso l’uso superficiale e sconsiderato delle parole ci scopriamo una civiltà in declino, poveri, arroganti, egoisti, miopi.

Dall’uso della parola ritengo si dovrebbe ripartire, dal suo significato etimologico, dal suo peso, il suo valore, dal suo effetto su gli altri.

Invece la parola viene usata come concime di idee preconcette, stantie, arretrate, esclusive. Si usa la parola per marchiare e condannare una persona, un popolo senza in realtà sapere davvero chi sia quella persona, quel popolo.

Le ragioni che stanno dietro molte tragedie attuali non interessano e spesso fanno paura, non c’è voglia di approfondire, più veloce, meno impegnativo è sparare una parola, una a caso, spesso.

Il contenitore di tutto questo è uno dei mali della nostra società, il disperato bisogno di esistere, di apparire, non importa dove e come , in cronaca nera, in un selfie, su un social ma apparire, esistere.

Troppe persone “sono qualcuno” sui social ben sapendo di essere nullità nella realtà, è li, sui social che lanciano parole, per ferire, per devastare altre persone che nemmeno conoscono, ma nella strada non esistono, strisciano lungo i muri, hanno vite vuote e squallide, fanno per primi quello di cui accusano gli altri e comunque le loro “battaglie” son solo virtuali.

Una vita fintamente splendida sui social, una vita “piena di un vuoto cosmico” nella realtà.