I nostri miti erano “altro?”

Il fatto di essere nato alla fine dei 50′ mi ha dato la possibilità di vedere il meglio della musica dal vivo, amavo molti musicisti e senza steccati dall’hard rock al jazz al blues ai cantautori. Dai 50′ a fine 70′ c’è stata una quantità esagerata di musica buona. Oggi se guardiamo al jazz ci sono talenti tecnicamente impressionanti, nel pop ci sono “personaggi” spesso più cinematografici che altro esclusi pochi (Amy Winehouse e pochi altri). Si dice, e io concordo, che in molte arti (cinema,architettura, teatro, musica, letteratura) il meglio si sia prodotto da fine 800 a metà 900 e io sono d’accordo, il mio discorso quindi torna alla perfezione.

Quel periodo: Pink Floyd, Deep Purple, Genesis, Chicago, Gentle Giant,Led Zeppelin, Claudio Lolli, Guccini,Lauzi, Battiato, De Andrè, Tenco, Banco Mutuo Soccorso, Napoli Centrale, PFM, Rovescio della Medaglia e molto molto altro, ah Mina, naturalmente.

Se guardiamo al jazz la lista è mostruosa per quantità e qualità, qualche nome: Ellington, Armstrong, Beiderbecke, Monk, Mingus, Coltrane, Parker, Bill e Gil Evans,Max Roach, Art Blakey, Philly Jo Jones, Art Ensemble of Chicago, Su Ra, Don Cherry, Archie Sheep, Abbey Lincon, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Etta James, Clifford Brown, Lee Morgan, il Divino Miles e moltissimi altri.

Cosa c’era di diverso in molti di  questi personaggi rispetto ai musicisti di oggi, perchè si dice che oggi non c’è la creatività di allora?

Certo, la storia va a “cicli” d’accordo ma per me non è sufficiente a spiegare il fenomeno, oggi anche i più arditi replicano modelli stilistici che furono di Mingus o di De Andrè o dell’Art Ensemble of Chicago, non tutti certo ma la gran parte lo fa, spesso inconsapevolmente.

Pare quasi che quei signori abbiano fatto tutto, cacchio!

Si dice (giustamente) che un brano dopo che lo ha suonato Coltrane, non ci sia più nulla da “scavare” e indagare, è certamente vero, una armonizzazione di Monk è impossibile migliorarla e affinarla ed è altrettanto vero.

Se guardo a molti di loro, c’era però una caratteristica “base” che stimolava il loro far musica: la consapevolezza che le arti hanno il privilegio di poter lavorare per migliorare la condizione umana.

Ed ecco i vari “Freedom now suite” e “We insist freedom now” di Max Roach, i lavori di Sheep, dell’Art Ensemble of Chicago, i turbolenti e fortemente protestatari brani di Mingus, i testi meravigliosi e “scomodi” di Lolli, Guccini, De Andrè. Tutta roba strepitosa ma con alla base “l’energia” e la coscienza della protesta, della denuncia.

Oggi han tutti la “cravatta” vanno nei luoghi del business musicale, stringono la mano e danno pacche sulla spalla a chicchessia, non si “schierano” mai, anche quando sarebbe doveroso, abbiamo Wynton Marsalis, tecnicamente mostruoso ma che replica i grandi del passato, gira in smoking e frequenta la New York “bene”, fa in fondo il “negro” che i bianchi si aspettano.

 

Nell’ambito jazz alcuni si schierano e alzano la voce, Fresu, Minafra, solo per fare due nomi ma il resto si limita a dire “stasera mi sono divertito”…

 

Ecco quindi cosa manca, la partecipazione alla vita “comune” non si può essere musicisti che si “estraneano” ai problemi della gente che musicista non è, è miope e ingiusto e infine fa del male anche al progresso delle arti.

Non significa “usare” l’arte per fare politica ma fare arte con la consapevolezza della politica (intesa come Polis ovvio).

Finchè invece molti si limiteranno a fare il jazzista che deve far battere il piede e dire yeah al pubblico e finchè si suonerà un sovracuto per stupire come al circo, l’arte non potrà vivere un rinnovamento e le avanguardie che pur ci sono, continueranno a sembrare un rifugio per sfigati incazzati.

Meditiamo quindi su noi stessi, sul nostro concetto di arte e sulla sua funzione nella società, forse allora qualcosa inizierà a muoversi dall’attuale stallo creativo.