Il mio Totò si chiama Lester

Lester, il mio Totò.

Si parla molto e spesso di cosa sia l’arte. In troppi oggi, si definiscono artisti con notevole faciloneria, come chi accompagnandosi alla chitarra si definisce velocemente chitarrista. La tecnologia e la rete hanno reso molto più semplice studiare ed acquisire ma hanno anche aperto la porta a molti equivoci, hanno aperto mondi complessi a chi ancora arranca sulle basi minime.

Capitò anche a me, ero giovane e partii dall’avanguardia ignorando completamente la tradizione, mi costò molto quell’errore poi recuperato con molta fatica. Nella scuola c’è una progressione: asilo, elementari, medie, superiori, università, non è un caso.

Da bambino, nella sua casa di Frederick nel Maryland Lester Bowie studiava a finestra aperta “Spero che Armstrong passi e mi chiami nella sua band”. Armstrong, da lì non passò mai, ma lui continuò a studiare a fondo, tutta la vita: la conosceva molto bene la tradizione Lester Bowie.

Dopo molte esperienze in gruppi rithm and blues, la musica da chiesa e traditional, finalmente l’incontro con i matti creativi di Chicago, quelli della AACM , fino ad entrare in uno dei gruppi più rivoluzionari della storia, gli Art Ensemble of Chicago. Da lì, quaranta anni di capolavori con AEOC e con diverse sue incredibili formazioni, fino alla morte prematura nel 1999.

Lester è stato uno dei più grandi innovatori del 900. La sua cifra è fin da subito lo sberleffo, la gioia e la tragedia, tutto rivisitando e saccheggiando la tradizione. Pezzi talvolta stantii e bisunti, nella sua tromba riprendevano luce e diventavano cose straordinarie. Dallo sberleffo, la nota soffocata nel mezzo pistone, un attimo dopo ti stende con una liricità che non trova paragoni, nemmeno oggi a 21 anni dalla scomparsa. Lo ascolti rapito e pensi che dopo quella nota non ne avrà altre, invece te ne serve altre, ancora più belle e ti chiedi da dove cavolo peschi quel suono, quelle note.

Cuore, molto cuore che miscelato ad una conoscenza profonda della storia creano un mondo, il suo e credetemi, lo dico da trombettista, irripetibile.

Ecco, qui, per me, si può parlare davvero di arte e di qualcosa che ha cambiato la storia di questo strumento e di certa musica, qui si tocca la vita, nella gioia e un attimo dopo nella tragedia e tutto esce da quella tromba che suona senza riserve, fino a stramazzare al suolo sfinita.

Cerchiamo la via personale, cerchiamo l’emozione, mettiamoci il cuore. Non cerchiamo le note.

Ma la vita a volte è feroce, si sa.

L’ultimo concerto a Cagliari, l’amico fraterno Isio Saba, ne ruba qualche scatto, la figura è impietosa, Lester è ridotto ad uno scheletro, al polso il solito orologio col solito cinturino di sempre ma questa volta scivola quasi fino al gomito. Si salutano “Ci vediamo”. Isio sa che quella sarà invece l’ultima volta.

Pochi mesi dopo San Patrick, New York City, Isio l’unico italiano presente alla cerimonia funebre.

Lester disteso nella bara, truccato, la tromba muta tra le mani. Pochissimi ristretti amici e parenti. Max Roach passa cinque minuti muto davanti al feretro, poi si inchina.

Una formazione ridotta a trio dell’Art Ensemble of Chicago intona una Odwalla, lenta, stanca, poco credibile, la tragedia travolge anche la musica. Con Lester se ne vanno quaranta anni di vita insieme, di musica di viaggi, con Lester scompare un amico fraterno ma anche il contrappeso giocoso ed energico al passo severo ed intellettuale delle ance di Roscoe.

Il feretro è ora sul marciapiede in attesa di partire per la tumulazione nel piccolo cimitero di Frederick a 200 metri dalla casa del padre novantenne.

Un signore passando, chiede all’autista chi sia morto “Un musicista, è morto un musicista” risponde.

Fossi stato presente al funerale del nostro Totò e mi avessero chiesto, non mi sarebbe mei venuto in mente di rispondere “Un attore”

La vita a volte è anche feroce.

La situazione odierna

Questa mia piccola riflessione, segue in qualche maniera il precedente articolo “Il jazzino”

Parlando con un carissimo amico, bravissimo e preparatissimo musicista, mi diceva che era stufo di suonare dal vivo, era stufo di insegnare,che voleva cambiare “mestiere” sparire infine.  Personalmente non sono stufo ma certo sono, come molti colleghi, molto molto amareggiato.Oggi giorno il musicista che non sia una star con un ufficio stampa, passa più tempo a scandagliare siti web ed inviare proposte, piuttosto che a studiare e/o comporre. Far partire un progetto basato su musica originale richiede un grandissimo dispendio di mezzi, intellettuali, economici e fisici. Il problema salta fuori subito dopo ed è relativo al totale disinteresse della maggior parte dei gestori dei locali, dal jazz club, al teatro, al ristorante che faccia un aperitivo in musica. Se c’è il nome della star si può valutare , però spesso non ci sono i quattrini per chiamare quel nome. Cosa accade allora? Beh, un fenomeno tutto italiano (si perchè in nord Europa si ragiona in maniera molto molto più aperta) accade che il gestore si rivolge a gruppi (spesso costituiti anche bravi musicisti…) che propongano un tiepido Real Book, proprio come è scritto. Accade così che il pubblico si ritrova a riascoltare decine di volte lo stesso repertorio, da Body and soul a Night in Tunisia a My funny Valentine  eccetera. I soli non possono quasi mai neppure eguagliare quelli eseguiti a suo tempo dai giganti, i temi non hanno arrangiamenti freschi e/o innovativi, insomma, si rimane al palo e si propone una seratina prevedibile perchè prevedibile è la musica.In fondo però la cosa piace, è fatto così questo Paese, gestori e pubblico idem. Ci piace riconoscere il solito tema e chi osa oltre disturba. E’ lo stesso motivo per il quale siamo ancora affezionati e rassicurati da Albano e Romina, da Pippo Baudo, da Bonolis e forse anche da Iva Zanicchi. Un Paese che non vuole mai rischiare,un Paese conservatore, ripiegato sui fasti, eventuali, del passato, in una parola, un Paese che non sa andare avanti.Un Paese che ama vivere nei ricordi dei tempi che furono.Anche per questo siamo fanalino di coda in tutto oramai, nei costumi, nella religiosità in odore di superstizione , nelle arti e nella cultura. D’altra parte da noi le madonne piangono, San Gennaro coagula il sangue e Padre Pio può guarirti meglio di un chirurgo.Quindi i migliori cervelli emigrano altrove e gli artisti che non sono passati dalla televisione, qualla scatola che certifica che “si, questo è bravo” smettono di creare, proporre, scomparendo pian piano nell’indifferenza di tutti, persino di chi la cultura dice di promuoverla. Ma può chiamarsi cultura il riproporre schemi bisunti? C’è cultura se non c’è rischio? E’ cultura vivere nel passato? Sei li che fai il pane con il miglior grano, lo cuoci nel forno a legna ma in troppi preferiscono il pane scongelato del super mercato…per forza.è uguale tutti i giorni, è una sicurezza insomma.

Ecco perchè quella volontà di smettere di suonare e di insegnare non è frutto di follia ma lucida analisi e porta alla resa l’artista prima ed il Paese poi.

 

Il jazzino

 

Questo bellissimo e a tratti nostalgico documentario mi stimola a qualche riflessione.Oggi c’è molta musica, troppa e molta di questa è suonata male. Non sempre per imperizia ma piuttosto per un lasciarsi andare nel jazzino, tutta quella roba da matrimoni, aperitivi etc. Ma come dice Massimo Moriconi, non esiste la marchetta ma piuttosto il marchettaro. E’ una questione di atteggiamento, di pensiero che poi si traduce cosa suoniamo e soprattutto come lo facciamo.

“La tradizione nel jazz è l’innovazione” diceva Lester Bowie, potrebbe sembrare impossibile innovare qualcosa dopo che certi giganti e visionari ci hanno preceduto ma non è così. E’ una questione di afflato, di ricercare continuamente qualcosa di davvero personale e questa è già di per se, innovazione.

Senza la pretesa di emulare per portata innovativa i vari Tristano, Evans, Coleman, Coltrane, Roach, Russell, Mingus, Ellis e la lista sarebbe ancora lunga…Ma con la calma e lo studio che la ricerca richiede. Non sempre si riesce ma bisogna provarci, continuamente. Lasciare che il lavoro di routine prenda tutto il nostro tempo, toglie anche stimoli alla nostra eventuale creatività e si rischia allora di diventare dei marchettari.

Suonare cento volte uno standard o una canzone così come son scritti, perchè oramai ci vengono facili, va bene per il matrimonio ma non stiamo onorando il privilegio di poter frequentare la musica. Oggi, troppa gente fa scale e arpeggi a velocità incredibili ma se questa abilità, data più dalla pratica che dalla creatività, rimane fine a se stessa, la frittata è belle che fatta.

Rischiare, quando possibile, dovrebbe essere la nostra bibbia.

“Se tutti applaudono, vuol dire che stai suonando cose banali, se nessuno applaude, forse stai facendo la cosa sbagliata. Se qualcuno applaude e molti no, è probabile che quella sia la cosa giusta”

Miles.

Epoca di mappo, la chiamano nel Buddismo

Epoca nella quale i peggiori delinquenti siedono in Parlamento. Epoca nella quale il merito e la competenza sono derisi e surclassati dalla furbizia. Epoca nella quale si va su Marte ma si trattano le donne come oggetti di cui disporre. Epoca nella quale si sa un po di tutto ma non si approfondisce nulla. Epoca nella quale la scuola mendica il minimo sindacale ma si pagano milioni di euro per un calciatore. Epoca nella quale è un sociologo a dover spiegare ai genitori come si fa il genitore. Epoca nella quale molti hanno tutto ma sono infelici. Epoca nella quale non è il pubblico ad erudirsi ma l’artista ad abbassarsi. Epoca nella quale il più sciatto intrattenimento si intrufola ed esurpa la cultura. Epoca nella quale sapere, erudirsi, elevarsi è un difetto, una colpa. Epoca della fibra ottica e delle discussioni sulla razza. Epoca nelle quale un imbecille ben gestito rende più di un genio. Epoca nella quale i soldi ed i beni materiali vengono sostituiti agli affetti. Epoca nella quale i nani possono assurgere al comando. Epoca nella quale si guarda tutto ma non si vede nulla. Epoca nella quale le religioni chiamano truffatori i maghi.

Non so se di epoca di mappo trattasi ma di certo mi sento molto a disagio, non so voi.

 

Radici e un monito.

Ognuno di noi potrebbe raccontare di storie sui propri nonni e sui genitori, chi non ne ha da dire. Vorrei accennare però almeno qualcosa sui miei genitori per non essere ingiusto. Il mio babbo si chiamava Abramo, classe 1923 abbandonato da mio nonno con gli altri tre fratelli, tutti maschi, finisce ancora bambino nel collegio di Santa Marta a Coverciano  e li prende la quinta elementare. A diciotto anni, con una lettera in tedesco scritta dalla direttrice, viene messo su un treno per Rostock, Germania del mar Baltico. Fa l’apprendista alla Heinkel, fabbrica di aerei da guerra, siamo nel 1941. Nel Settembre del 1943 come gli altri, passa da operaio a internato nei campi di prigionia per via di Badoglio e dell’armistizio.La mamma Anna e’ del 1932, finita la prima elementare viene ritirata da scuola per essere mandata ogni mattina, insieme alla sorellina Lidia da San Piero a Ponti a Prato a chiedere l’elemosina alle porte, scalze anche d’inverno.Sono stati buoni genitori tutto sommato, persone oneste come si usa dire, dedite alla famiglia. Ma si sa che ognuno di noi è in parte  il risultato del proprio vissuto e così mio babbo era abbastanza autoritario e non accettava discussione alcuna, forse per via del collegio. Aveva problemi evidenti nel mostrare affetto in un abbraccio o un bacio, mai dati, e questo lo attribuisco all’essere stato abbandonato da bambino.La mamma era più la tipica mamma ma anche lei con gli stessi limiti affettivi del babbo. Eravamo bambini io e mio fratello, più grande di me di tre anni, quando un giorno giocando, lui sul balcone io in strada, cade di sotto.Trauma cranico ed alcuni giorni di coma,poi si riprende bene ma quando ha la febbre oltre 38° tende a delirare, questa cosa ancora oggi che ha sessantaquattro anni.I miei genitori mi hanno sempre incolpato di quel fatto dicendomelo ogni volta ce ne fosse l’occasione o dicendomi che ero nato per sbaglio, che non ero stato voluto. Mio fratello è cresciuto con una gelosia verso i propri giocattoli da bambino e degli oggetti da grande, quasi patologica ed un rifiuto totale delle relazioni anche con me.Ricordo che se toccavo un suo giocattolo, mia mamma mi intimava di rimetterlo al posto prima che lui rincasasse in maniera non si accorgesse che lo avevo toccato. Quando accadeva che se ne accorgesse, erano drammi con la mamma che lo consolava. Anche quando stava male anche per un mal di denti dovevo prendere la bici e correre in farmacia, cosa normale se anche lui lo avesse fatto per me, come fratelli intendo.

E’ così, in tutto e per tutto anche oggi. Io ho avuto la reazione di cercare amicizia e affetto fuori casa “Tu pensi solo agli amici” mi dice mia mamma da sessantuno anni con un tono dispregiativo. Regalavo sempre qualche cosa agli amici, un giocattolo, o un oggetto qualsiasi che non usavamo abbastanza  e questa cosa era molto mal vista in casa fino a considerarmi uno con poco cervello e poco senso della vita. Non credo fosse pura generosità la mia, quanto la ricerca di riconoscimento, di approvazione, di affetto in fine.Ancora oggi ho grossi problemi affettivi e cerco sempre il consenso degli altri continuando ad auto alimentare una disistima di me stesso.Ancora oggi mia mamma, ancora viva, mi tratta come un fallito, una cosa riuscita male “dirazzata” come mi dice spesso.

Vedete come è difficile fare i genitori, e neanche a me è riuscita benissimo questa difficile arte,siamo tutti, almeno in parte, frutto di chi ci ha preceduto e se un cambiamento lo tentiamo, è pur sempre basato sui mezzi che ci sono stati forniti da chi ci ha cresciuto.Per questo raccomando ai genitori di trattare ed amare i figli alla stessa identica maniera. Considerandone le differenze del carattere ma cercando di essere equi e questa è l’unica cosa che sono riuscito a fare, credo.Comunque ritengo fondamentale riflettere sul fatto che il nostro comportamento da genitori formerà in un modo o in un altro le persone del futuro, per un bambino può essere determinante quello che per noi è un dettaglio insignificante.

Spartite se potete , amore, rispetto  e attenzioni in parti uguali come fosse una pozione salva vita, è la cosa che loro apprezzeranno o soffriranno di più.

In bocca al lupo, perchè è un mestiere difficilissimo e i danni non sono riparabili.

 

 

Il tesoro di Nada e Renato.

Chi mi segue da tempo sa che sono nato A Quaracchi ma cresciuto a Brozzi, con la gente di Brozzi. E’ li che ho imparato il valore del Socialismo, della cultura e soprattutto dell’amicizia che in casa mia era evitata come la peste,nemica, fastidiosa.La vita, come tanti di noi, mi ha strapazzato in mille esperienze e alla fine ho dovuto reimparare il mestiere dell’amicizia che nel tempo aveva perso valore. Tra gli incontri rari e privilegiati, umanamente parlando, devo mettere al primo posto Giusi, una persona davvero rara, una logudorese dal cuore unico. Questo incontro mi ha letteralmente cambiato la vita facendomi riscoprire valori dimenticati ed il sapore dell’amare disinteressatamente. Giusi è una specie di kamikaze dell’amore e dell’altruismo.

Altre sono le persone meravigliose che come tutti ho incontrato ma non potrei citarle tutte perchè ognuna ha una storia lunga e complessa, perciò non me ne vogliano, ci amiamo e lo sappiamo.

Ma una devo raccontarla se pur brevemente. Moreno, figlio di due persone fuori dall’ordinario, Nada Giorgi e Renato Ciandri, il partigiano Bube. Moreno è una persona speciale, frutto dell’amore e dei principi dei genitori e penso abbia le stesse caratteristiche di Nada, dolce ma fermo e senza paura nei principi. Con Moreno stare insieme, viaggiare per un concerto, scrivere e fare musica ha un sapore tutto speciale, raro e come dico sempre, il “viaggio” è il fine della vita, perchè è nel viaggio che le cose accadono.

La base fondante di quel che si fa insieme mi riporta alla bella gente di Brozzi che mi crebbe umanamente e per me è struggente. E’ un omone Moreno, con una voce alla Paolo Conte, grande e grosso e pilota una gru da cinquanta tonnellate ma dentro è come un bambino, coltiva e pratica sentimenti spesso perduti nei più. Ha una vita dura e lastricata di dolore e forse è questo il suo privilegio, perchè quelle cose lo hanno scolpito come un vecchio ulivo pieno di cicatrici ma che riesce a dare un olio dal sapore divino.E’ un concentrato di bellezza interiore e standoci insieme te la passa come una flebo. Con lui ho riscoperto il valore assoluto dell’amicizia nell’accezione più alta.

In fondo sono un privilegiato.

 

Grazie Giusi, grazie Moreno vi amo.

 

Anche il ragazzo bruciato a San Ferdinando ci vedeva come la terra della cultura.

In molti tra i colleghi mi hanno sempre suggerito di non mischiare musica e politica ma per chi come me è cresciuto con Banco, Area, Napoli Centrale, Lolli, Guccini, come si fa? Poi venne il tempo dello studio ed una nuova fase della vita ma anche li, incrociai Max Roach, Abbey Lincoln, Archie Sheep,Liberation Music Orchestra, tutte persone che risvegliavano vecchi fuochi forse sopiti dallo studio di scale e accordi. Alla fine mi ci riconosco, non posso farci nulla ma come ho sempre detto, prima che un musicista io sono una persona e tocco la vita, come il muratore,come il falegname, come tutti insomma.L’arte che tenta di prendere le distanze dalla vita mi ha sempre lasciato l’amaro in bocca e per me è edonismo, il musicista che per convinzione o per convenienza si volta dall’altra parte non mi è mai stato simpatico.Nessuno è al di sopra di nulla, tutti siamo immersi nella vita e le sue cose, belle e brutte e le arti, come scrivo spesso, hanno il privilegio ed il dovere di contribuire al miglioramento della società, hanno il compito di illuminare le coscienze se possibile.Chi straniero sognava il nostro Paese pensava a Caravaggio, Dante, Michelangelo, Bernini, Verdi, Puccini ed alla fortuna di chi in questo Paese ci è nato e cresciuto.Ho sempre dato valore alla mia immensa fortuna di essere italiano, di essere nato a Firenze, di avere gli Uffizi,le cappelle Medicee, il Ponte Vecchio a cinquecento metri da casa. Prendere un caffè sotto la statua di Dante in Santa Croce.

Ho incrociato altre volte Adelmo Cervi ma ieri ho avuto il raro privilegio di averlo accanto sul palco e di passarci tutto il pomeriggio insieme. E’ un vecchietto adesso Adelmo, la voce e le gambe tremano, le mani sono poco sicure ma tengono stretto l’ultimo suo libro “Mi raccomando ragazzi, comperate il mio libro, oggi ne ho vendute dodici copie” Ha una piccola pensione da contadino Adelmo e come tutti i suoi fratelli, la terza elementare perchè come racconta, dopo la fucilazione dei sette fratelli, lui a undici anni dovette andare nel campo per dare da mangiare alla mamma e le zie vedove.In quei “Campi Rossi” dove tutta una famiglia lavorava e mandava avanti protesta e innovazione agricola, dal giorno dopo l’arresto fascista, rimasero solo i nonni Alcide Cervi, la nonna Genoeffa Cocconi e i nipotini, tra cui Adelmo. Gli Adelmo oggi sono tutti vecchietti fragili e pur fieri non potranno più toglierci le castagne dal fuoco, spetta a noi oggi volenti o dolenti. Quella famiglia pagò con sette vite su sette figli, noi cosa siamo disposti a pagare?

Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, un’altro ragazzo, un disperato è morto bruciato vivo ed ecco che la giornata di ieri con Adelmo assume molti significati. Morte queste ultime persone, molti gli ultimi Partigiani, come faremo.Cosa rimarrà di questo Paese, delle sue idee del suo umanesimo e della sua bellezza.Ed ecco che le opere di Caravaggio, Dante, Puccini, rimarranno muti cimeli polverosi di una civiltà che fu maestra di arte e di vita.Non avrà più nessuna importanza l’esser nati a Firenze o in uno sperduto e povero paesino delle zone più depresse del Paese.Il ministro dell’interno Salvini spinge ed incoraggia questa deriva analfabeta, fascista e disumana  quando di fronte a questa tragedia non spende un alito di dispiacere, di commozione ma anzi la cavalca per raccattare consensi , come un povero razzola nei cassonetti, nell’immondizia dei sentimenti più bassi.La vita degli altri usata come il bastone con cui si mescola il pattume per i maiali.Per questo, per tutto questo, le arti, gli artisti, arroganti detentori del sapere, del potere della parola e della bellezza hanno la grave responsabilità di partecipare. Di dipanare e raccontare  il gomitolo che va da Dante, ai Fratelli Cervi, alla tragedia di San Ferdinando.

Restare muti, indifferenti, distaccati, è oggi la più grave delle colpe e fa di voi il nemico numero uno della cultura, delle arti e del proprio Paese che dalle arti, dalla bellezza  crebbe e fu quel Paese che in molti sognarono, non certo quello di oggi.

 

 

Cosa temo ci aspetti.

Fino all’epoca Berlinguer c’era una specie di “normalità”, anche il popolo e le sue reazioni parevano “normali”. Destra, centro e sinistra, non pareva difficile schierarsi, far politica, partecipare. In linea di massima c’era anche il rispetto tra avversari. Furono fatte grandi opere, conquistati diritti sindacali e inevitabilmente vi furono anche ruberie sui grandi appalti pubblici. Le mafie c’erano, eccome ma parevano “confinate” in certi luoghi, certe attività, in realtà la ‘ndrangheta stava già internazionalizzandosi, espatriando capitali e competenze.

Poi un delirio,a sinistra soprattutto, da Occhetto in avanti, una pletora di simboli e nomi da confondere anche un veterano della politica. Lotte di poltrone, invidie, orticelli, incompetenze e infine un PD che ha dato la spallata finale. Poco dopo ecco arrivare la sinistra minoritaria, piccoli agglomerati che parevano il nuovo ma che invece si sono accoltellati tra loro, nella confusione di barconi e articoli 18.

Nel frattempo accade un deja vu, l’italiano medio già di per se tendente a destra e spesso al fascio, stufo di questi teatrini inconcludenti, cerca altro e trova un finto nuovo, il 5 Stelle. Evito di descrivere questo movimento che per me usa i mezzi della rete come farebbe Scientology. In tanti si rifugiano li dentro, forse convinti che il modo di far politica, oggi sia questo. Ma appena arrivano al governo del Paese, cosa accade?  Accade che per via di certe dinamiche elettorali, mettono il Paese in mano ad un qualcosa che l’italiano medio sogna da 70 anni: l’uomo solo al comando, l’uomo forte, il “ghe penso mi” berlusconiano ma questa volta rozzo, sbrigativo, finto incolto e astuto manovratore di cervelli assetati più di vendetta che di giustizia.Salvini è uno che ha capito bene, come sfruttare l’attuale livello culturale disastroso dell’italiano medio.

Sta raccogliendo i frutti dei danni culturali fatti anche dalla sinistra, non solo da Berlusconi, come amiamo pensare per scaricarci la coscienza.

Capace di cavalcare tutto e tutti, passa dai barconi, agli artigiani veneti alle mafie. E’ diretto, fino al rozzo, impietoso (nel nome del popolo italiano) giusto, minaccioso con le mafie (a parole) Fa addirittura dimenticare il passato e le ruberie della Lega, talmente abile da prendere voti da chi a suo tempo offese, il Sud.Usa abilmente l’Europa a suo piacimento, ne parla o ne sparla, a convenienza. Maniche di camicia rimboccate, miete il grano come il duce, rispolvera una scenografia mai dimenticata, in fondo al cuore sempre anelata “Uno che si fa il culo e risolve tutto al posto tuo”

E’ la voglia soddisfatta dell’italiano da sempre fascista dentro, la soluzione sbrigativa a mali secolari ad una involuzione culturale devastante, è lui l’uomo che “Ghe penso mi”

Nel frattempo, la sinistra, colpevole di avergli consegnato l’Italia, continua a far salotto nella confusione di idee e nomi. Alcuni ancora cavalcano un effetto, le migrazioni, senza andare a proporre il fare su argomenti che ne sono la causa, senza proporre soluzioni vere e concrete all’italiano medio che non ce la fa per davvero. E dire che risolvere i problemi dell’italiano porterebbe anche alle soluzioni per i disperati che arrivano da fuori. Non ce la fa questa sinistra, vuol cavalcare a tutti i costi una sorta di pietismo da missionario in Africa.

Ecco, vi dico che questo Salvini ce lo terremo per molti anni, questo siamo stati capaci di produrre come sinistra.Nonostante in alcune zone del nostro Paese vi siano menti e forze sane che propongono e fanno, fanno per davvero, anche in Calabria, dove anche starnutire senza il benestare della ‘ndrangheta può essere pagato con la vita. Esiste dunque ancora, una sinistra sana, fattiva, concreta, onesta ma è una piccola minoranza ahimè.

 

La cultura, sta a sinistra?

La riflessione nasce da una serie di pensieri banali ma attuali.Oggi ognuno “fa sciopero solo per se” e finchè un italiano avrà i soldi per la pizza e un lavoro o un lavoricchio, non si interesserà di altri o di altro. Insomma, finchè il “tuo” non viene leso, il resto non ti interessa.Intendiamoci, mica è una novità, no ma certo che negli ultimi anni questo pensiero, questo comportamento è arrivato al parossismo, è diventato strutturale e culturale. Non è mica un caso, chi è cresciuto negli ultimi 20/30 anni, che esempi ha vissuto, che formazione culturale ha avuto?Noi che crescemmo nei 70′ avemmo l’immenso privilegio di venir su con Guccini, Lolli, BMS, Area, Napoli Centrale, Jannacci, Gaber e via e via. Queste persone, quei testi, ci formarono letteralmente, ci diedero un’idea di società ideale. Appunto, gli ideali. Oggi la musica è troppo spesso solo business, intrattenimento di basso profilo, circo, svago, totalmente priva di “visioni” di ideali.Oggi sono una piccola minoranza gli artisti che sognano di “contribuire” al bene comune, alla formazione dei giovani.Quella gente la faceva arte ma faceva al contempo, scientemente, cultura, formazione, addirittura politica in fine. Non era sbagliato ma anzi era fisiologico, giacchè la musica e i testi nascono dal contesto sociale e quindi deve gioco forza occuparsenee al contempo cibarsene.Le fazioni politiche della Sinistra, per decenni si sono arrogate la paternità di questo patrimonio artistico ma non era la musica ad andare verso sinistra, gli artisti non sognavano una società di sinistra ma piuttosto una società giusta, equa, umana,una società basata sul valore dell’inclusione. Era la Sinistra che  prendeva la cultura e incoscientemente, spudoratamente la usava senza farsi domande, pareva fisiologico: Cultura=Sinistra.Oggi, dopo almeno 30 anni di distruzione (ragionata) del sistema scolastico, del sistema culturale, dei luoghi deputati all’incontro ed alla produzione di cultura, oltre che dei finanziamenti, ci ritroviamo cittadini in gran parte sub culturati, sudditi.Cittadini vittime dei fake dei social, totalmente indifesi culturalmente. Una massa priva dei mezzi intellettuali per elaborare una critica, un concetto, una visione di società.La Sinistra non se n’è accorta, ha perso pezzi di cultura pian piano per strada e oggi, in crisi identitaria profonda, continua a far riunioni di partito,di correnti, continua ad usare il politichese “Il tema di fondo è…”  Continua a parlare dei difetti del “nemico” di turno ma io dico che è questo stato di cose a produrre i Salvini e non il contrario.Un risanamento della Sinistra e della società  passa inevitabilmente dalla convinzione  che le arti sono il veicolo principale per formare coscienza, per formare cittadini che abbiano un senso critico, per dar loro i mezzi per elevarsi e fare scelte giuste, eque, per evitare atteggiamenti schizzofrenici.Quindi, ripartire dalla cultura a tutti i livelli, fin dall’asilo. Finanziamenti, spazi, soprattutto questi, convinzione che davvero la cultura è il pass partout delle coscienze. Senza cultura non c’è un Paese possibile, senza cultura, la Sinistra non è differente dalla peggior destra.Il testo di una canzone ha più forza e forgia più coscienze di mille bandiere rosse.Smettiamola di suonare Bandiera Rossa o Fischia il vento alle feste, mentre nel frattempo trattiamo le arti, la cultura come un accessorio, diversamente i Salvini avranno la strada spianata (da noi) e decenni  di gestione del Paese.Meno riunioni segaiole, meno liti di cortile e cultura cultura cultura.

Io la vedo così.

 

 

 

 

Meteorite non ti temo

Si legge spesso che la nostra civiltà, come la conosciamo, si estinguerà, forse per un meteorite. Chi può dirlo ma certo è possibile, pare sia già accaduto. Io però ritengo più plausibile una auto estinzione. Vengo al punto: Chi ragiona come Salvini, si piscia sulle scarpe. Salvini ed i suoi sudditi ululano all’Europa dei burocrati e della finanza, accusandoli di trattare l’Italia come il sud di un continente. Quindi sintetizzerei il comportamento dell’Europa come disumano, impietoso, ingiusto. D’altronde l’Italia è debole rispetto al resto della Comunità Europea…  Ma ecco che Salvini e sudditi fanno esattamente lo stesso con chi è più debole di loro, il migrante “economico” come lo chiama lui, come se migrare per cercare un reddito, una dignità che passa dal lavoro fosse un crimine. Beninteso, Salvini i poveri li odia tutti, neri, lapponi, a strisce o a pallini. Così facendo, Salvini e sudditi danno ragione, legittimano ed alimentano questo atteggiamento dell’Europa della finanza, mettendo davanti alla questione umanitaria, quella economico/finanziaria. Già questo sarebbe sufficiente a rendere grottesco il Salvini pensiero, il fascio pensiero, se pensiero lo vogliamo chiamare.Poi c’è una questione più sottile ma determinante per la sopravvivenza della specie, al di la del meteorite…L’empatia, la condivisione, la pietas. Il Salviniano il fascista ama i bambini. Ma non tutti, i suoi, la sua famiglia. Il resto, tutto il resto è fuori dai suoi eventuali affetti.Una totale mancanza di empatia, di condivisione, di umanità in fine, caratterizzano Salvini e chi lo segue più di qualsiasi altro aggettivo possibile. Chiede empatia e condivisione all’Europa ma non intende darne lui per primo. “Prima gli italiani” è un’altro modo di intendere una “affettività selettiva”  Ergo, chi si dimostra capace di selezionare il bene a seconda  della convenienza è per sua definizione un disumano.Chi seleziona e categorizza le razze meritevoli di bene escludendo le altre, è per definizione un disumano.La pietas, la condivisione, il bene a comando, a convenienza se del caso.Lui e chi lo segue sono un branco di rozzi, di svantaggiati culturali che vedono nel togliere diritti agli altri, il bene comune, la salvezza di un popolo evidentemente eletto , pensate che rozzo ossimoro quindi è la politica di questo personaggio.

Una specie di circo degli orrori che mi declassa il meteorite ad un acquazzone durante la gita in campagna. Questa umanità e disumanità a comando, queste si, ci estingueranno.

Meteorite, non ti temo, ben altro è il mio cruccio.