Un sindacato per gli immigrati(?)

Era il 1964 circa, avevo sei anni e vivevo a Quaracchi, periferia di famiglie molto modeste allora.
Un giorno alla settimana passava un tipo sui 40 anni ma ne dimostrava 60. Siciliano, piccolino, barba incolta, pochi denti in bocca. Alla vecchia giacchetta aveva diverse toppe e le scarpe sfondate nella suola. Spingeva a mano una vecchia bicicletta, davanti e dietro, due enormi e pesanti cassettiere di legno. Dentro, migliaia di bottoni, quello vendeva porta a porta bussando agli usci. Osservandolo intuivi che saltava parecchi pasti e se a vederlo era uno di sei anni, vuol dire che la cosa era evidente.La mamma e altre vicine, a volte gli davano un piatto di minestra, lui ringraziava sempre con una grande gentilezza ed una sua dignità conservata gelosamente. Altre volte, a pranzo, si sedeva sugli scalini della piazzetta, apriva un fagotto di stracci e ne tirava fuori un cantuccio di pane.
Se parlava, era difficile capirlo, forse aveva un italiano mischiato al suo dialetto e certo a scuola c’era andato poco.
La cosa che mi colpiva erano gli occhi, molto molto tristi, rassegnati. Se lo incontrassi oggi, sessanta anni dopo, lo riconoscere senza difficoltà, quel viso è impresso nella mente.
Fu allora che iniziai a vedere cos’erano i miserabili, i poveri cristi.

Ecco.

Gli sfruttati, i poveracci ci sono sempre stati e non hanno colore. Per gli aguzzini, per i caporali, il colore della pelle non è importante, non è che il caporalato è arrivato insieme agli sbarchi degli immigrati..

Per questo, fare una associazione o un sindacato che difendano i diritti dei neri sfruttati nei campi, la trovo una cosa profondamente sbagliata, un regalo a chi lavora da sempre per dividere i poveri.
Temo sia anche il frutto, avvelenato, di chi sogna un po di potere, di visibilità mettendosi a capo di questa truppa di sciagurati.
I sindacati ci sono già, serve supportarli e farli funzionare al meglio, non farne altri.

Dividi et impera?

La quarantena Covid19 mostra ciò che siamo, da sempre.

Ho sempre pensato che in molti abbiano comperato poi, i dischi di Chet, per via della tragica fine. Lo stesso per Massimo Urbani, chi sa, se non avesse concluso la sua vita in quel modo così tragico, chi sa se sarebbe stato considerato al di fuori del giro dei colleghi e degli amici. Stesso dicasi per Luca Flores ed altri, vissuti con difficoltà e finiti peggio.
Le vicende e la morte degli altri anche come argomento dei salotti borghesi, quei salotti che la merda della strada e delle arti non l’hanno mai nemmeno sfiorata se non per esercizio accademico, una sorta di “Disagio experience” Spesso gli stessi che fanno L’Isola dei famosi per provare finalmente la fame o la mancanza del bidet.
Il popolo e la borghesia hanno sempre amato la novella dell’artista maledetto, sui libri, perchè se il maledetto lo hai in casa…beh allora fai i conti con una realtà ben più concreta e amara. E sempre il popolo, in buona parte, compera i dischi di chi vede in tv. Non perchè ne conosca il percorso, lo condivida ma semplicemente perchè la tv lo “battezza”. D’altra parte il popolo è da sempre cibato a miscela piuttosto che grano turco, per questo non ha spesso i mezzi.
Il problema diventa però ancor più serio quando questo atteggiamento riguarda, ed è questo il caso, gli operatori, quelli che decidono, fanno e disfanno, muovono finanziamenti e strutture.
A Firenze ma nel resto del Paese non è diverso, abbiamo le leve di questo comparto, in mano a personaggi che il jazz lo hanno letto solo sui libri, lo amano perchè “fa trend”, se ascolti jazz e boicotti Sanremo, sei un intellettuale, sei un tipo particolare. In realtà sei un falsario perchè spento il giradischi e chiuso il libro, sei il solito borghese che conduce una vita da perfetto borghese, magari pagando cinquecento euro per un paio di scarpe con pelle “ecologica”.
Decidi cartelloni spazi e finanziamenti facendoti guidare da “E’ famoso/non è famoso. Si droga/non si droga”
Fai confusione tra aggettivi e sostantivi, tra famoso e bravo.
Vivi nell’illusione di aver capito un mondo con tutte le sue complesse dinamiche umane e artistiche, quando in realtà non ci hai capito una beata minchia. Credi di conoscere il fetore del bottino e di poterne parlare consumando un cheese cake seduto da Paszckowsky.
Ie arti non sono in mano a chi le cura, le vive e le subisce ma bensì a chi ne decide la sopravvivenza, con un finanziamento o comperando un disco, un libro.Sono declassate a merce infine.
Non posso poi stupirmi se nella situazione attuale, il Governo fa fatica a parlare di certi comparti, non ne sa nulla e non vuole saperne nulla.
L’emergenza sociale è in realtà un’emergenza culturale, artistica. Può essere facile riaccendere un macchinario post crisi, è quasi impossibile riaccendere uno spirito, un artista.

Ci vorrebbe allora un suicidio per riaccendere la luce, ci vorrebbe una tragedia alla Urbani, alla Flores o alla Chet, si ecco, alla Chet, qualche musicista che si lanciasse dal campanile di Giotto o dal Colosseo. Allora la cultura, le arti tornerebbero alla cronaca, almeno per una manciata di minuti.

Il mio Totò si chiama Lester

Lester, il mio Totò.

Si parla molto e spesso di cosa sia l’arte. In troppi oggi, si definiscono artisti con notevole faciloneria, come chi accompagnandosi alla chitarra si definisce velocemente chitarrista. La tecnologia e la rete hanno reso molto più semplice studiare ed acquisire ma hanno anche aperto la porta a molti equivoci, hanno aperto mondi complessi a chi ancora arranca sulle basi minime.

Capitò anche a me, ero giovane e partii dall’avanguardia ignorando completamente la tradizione, mi costò molto quell’errore poi recuperato con molta fatica. Nella scuola c’è una progressione: asilo, elementari, medie, superiori, università, non è un caso.

Da bambino, nella sua casa di Frederick nel Maryland Lester Bowie studiava a finestra aperta “Spero che Armstrong passi e mi chiami nella sua band”. Armstrong, da lì non passò mai, ma lui continuò a studiare a fondo, tutta la vita: la conosceva molto bene la tradizione Lester Bowie.

Dopo molte esperienze in gruppi rithm and blues, la musica da chiesa e traditional, finalmente l’incontro con i matti creativi di Chicago, quelli della AACM , fino ad entrare in uno dei gruppi più rivoluzionari della storia, gli Art Ensemble of Chicago. Da lì, quaranta anni di capolavori con AEOC e con diverse sue incredibili formazioni, fino alla morte prematura nel 1999.

Lester è stato uno dei più grandi innovatori del 900. La sua cifra è fin da subito lo sberleffo, la gioia e la tragedia, tutto rivisitando e saccheggiando la tradizione. Pezzi talvolta stantii e bisunti, nella sua tromba riprendevano luce e diventavano cose straordinarie. Dallo sberleffo, la nota soffocata nel mezzo pistone, un attimo dopo ti stende con una liricità che non trova paragoni, nemmeno oggi a 21 anni dalla scomparsa. Lo ascolti rapito e pensi che dopo quella nota non ne avrà altre, invece te ne serve altre, ancora più belle e ti chiedi da dove cavolo peschi quel suono, quelle note.

Cuore, molto cuore che miscelato ad una conoscenza profonda della storia creano un mondo, il suo e credetemi, lo dico da trombettista, irripetibile.

Ecco, qui, per me, si può parlare davvero di arte e di qualcosa che ha cambiato la storia di questo strumento e di certa musica, qui si tocca la vita, nella gioia e un attimo dopo nella tragedia e tutto esce da quella tromba che suona senza riserve, fino a stramazzare al suolo sfinita.

Cerchiamo la via personale, cerchiamo l’emozione, mettiamoci il cuore. Non cerchiamo le note.

Ma la vita a volte è feroce, si sa.

L’ultimo concerto a Cagliari, l’amico fraterno Isio Saba, ne ruba qualche scatto, la figura è impietosa, Lester è ridotto ad uno scheletro, al polso il solito orologio col solito cinturino di sempre ma questa volta scivola quasi fino al gomito. Si salutano “Ci vediamo”. Isio sa che quella sarà invece l’ultima volta.

Pochi mesi dopo San Patrick, New York City, Isio l’unico italiano presente alla cerimonia funebre.

Lester disteso nella bara, truccato, la tromba muta tra le mani. Pochissimi ristretti amici e parenti. Max Roach passa cinque minuti muto davanti al feretro, poi si inchina.

Una formazione ridotta a trio dell’Art Ensemble of Chicago intona una Odwalla, lenta, stanca, poco credibile, la tragedia travolge anche la musica. Con Lester se ne vanno quaranta anni di vita insieme, di musica di viaggi, con Lester scompare un amico fraterno ma anche il contrappeso giocoso ed energico al passo severo ed intellettuale delle ance di Roscoe.

Il feretro è ora sul marciapiede in attesa di partire per la tumulazione nel piccolo cimitero di Frederick a 200 metri dalla casa del padre novantenne.

Un signore passando, chiede all’autista chi sia morto “Un musicista, è morto un musicista” risponde.

Fossi stato presente al funerale del nostro Totò e mi avessero chiesto, non mi sarebbe mei venuto in mente di rispondere “Un attore”

La vita a volte è anche feroce.

La situazione odierna

Questa mia piccola riflessione, segue in qualche maniera il precedente articolo “Il jazzino”

Parlando con un carissimo amico, bravissimo e preparatissimo musicista, mi diceva che era stufo di suonare dal vivo, era stufo di insegnare,che voleva cambiare “mestiere” sparire infine.  Personalmente non sono stufo ma certo sono, come molti colleghi, molto molto amareggiato.Oggi giorno il musicista che non sia una star con un ufficio stampa, passa più tempo a scandagliare siti web ed inviare proposte, piuttosto che a studiare e/o comporre. Far partire un progetto basato su musica originale richiede un grandissimo dispendio di mezzi, intellettuali, economici e fisici. Il problema salta fuori subito dopo ed è relativo al totale disinteresse della maggior parte dei gestori dei locali, dal jazz club, al teatro, al ristorante che faccia un aperitivo in musica. Se c’è il nome della star si può valutare , però spesso non ci sono i quattrini per chiamare quel nome. Cosa accade allora? Beh, un fenomeno tutto italiano (si perchè in nord Europa si ragiona in maniera molto molto più aperta) accade che il gestore si rivolge a gruppi (spesso costituiti anche bravi musicisti…) che propongano un tiepido Real Book, proprio come è scritto. Accade così che il pubblico si ritrova a riascoltare decine di volte lo stesso repertorio, da Body and soul a Night in Tunisia a My funny Valentine  eccetera. I soli non possono quasi mai neppure eguagliare quelli eseguiti a suo tempo dai giganti, i temi non hanno arrangiamenti freschi e/o innovativi, insomma, si rimane al palo e si propone una seratina prevedibile perchè prevedibile è la musica.In fondo però la cosa piace, è fatto così questo Paese, gestori e pubblico idem. Ci piace riconoscere il solito tema e chi osa oltre disturba. E’ lo stesso motivo per il quale siamo ancora affezionati e rassicurati da Albano e Romina, da Pippo Baudo, da Bonolis e forse anche da Iva Zanicchi. Un Paese che non vuole mai rischiare,un Paese conservatore, ripiegato sui fasti, eventuali, del passato, in una parola, un Paese che non sa andare avanti.Un Paese che ama vivere nei ricordi dei tempi che furono.Anche per questo siamo fanalino di coda in tutto oramai, nei costumi, nella religiosità in odore di superstizione , nelle arti e nella cultura. D’altra parte da noi le madonne piangono, San Gennaro coagula il sangue e Padre Pio può guarirti meglio di un chirurgo.Quindi i migliori cervelli emigrano altrove e gli artisti che non sono passati dalla televisione, qualla scatola che certifica che “si, questo è bravo” smettono di creare, proporre, scomparendo pian piano nell’indifferenza di tutti, persino di chi la cultura dice di promuoverla. Ma può chiamarsi cultura il riproporre schemi bisunti? C’è cultura se non c’è rischio? E’ cultura vivere nel passato? Sei li che fai il pane con il miglior grano, lo cuoci nel forno a legna ma in troppi preferiscono il pane scongelato del super mercato…per forza.è uguale tutti i giorni, è una sicurezza insomma.

Ecco perchè quella volontà di smettere di suonare e di insegnare non è frutto di follia ma lucida analisi e porta alla resa l’artista prima ed il Paese poi.

 

Il jazzino

 

Questo bellissimo e a tratti nostalgico documentario mi stimola a qualche riflessione.Oggi c’è molta musica, troppa e molta di questa è suonata male. Non sempre per imperizia ma piuttosto per un lasciarsi andare nel jazzino, tutta quella roba da matrimoni, aperitivi etc. Ma come dice Massimo Moriconi, non esiste la marchetta ma piuttosto il marchettaro. E’ una questione di atteggiamento, di pensiero che poi si traduce cosa suoniamo e soprattutto come lo facciamo.

“La tradizione nel jazz è l’innovazione” diceva Lester Bowie, potrebbe sembrare impossibile innovare qualcosa dopo che certi giganti e visionari ci hanno preceduto ma non è così. E’ una questione di afflato, di ricercare continuamente qualcosa di davvero personale e questa è già di per se, innovazione.

Senza la pretesa di emulare per portata innovativa i vari Tristano, Evans, Coleman, Coltrane, Roach, Russell, Mingus, Ellis e la lista sarebbe ancora lunga…Ma con la calma e lo studio che la ricerca richiede. Non sempre si riesce ma bisogna provarci, continuamente. Lasciare che il lavoro di routine prenda tutto il nostro tempo, toglie anche stimoli alla nostra eventuale creatività e si rischia allora di diventare dei marchettari.

Suonare cento volte uno standard o una canzone così come son scritti, perchè oramai ci vengono facili, va bene per il matrimonio ma non stiamo onorando il privilegio di poter frequentare la musica. Oggi, troppa gente fa scale e arpeggi a velocità incredibili ma se questa abilità, data più dalla pratica che dalla creatività, rimane fine a se stessa, la frittata è belle che fatta.

Rischiare, quando possibile, dovrebbe essere la nostra bibbia.

“Se tutti applaudono, vuol dire che stai suonando cose banali, se nessuno applaude, forse stai facendo la cosa sbagliata. Se qualcuno applaude e molti no, è probabile che quella sia la cosa giusta”

Miles.

Epoca di mappo, la chiamano nel Buddismo

Epoca nella quale i peggiori delinquenti siedono in Parlamento. Epoca nella quale il merito e la competenza sono derisi e surclassati dalla furbizia. Epoca nella quale si va su Marte ma si trattano le donne come oggetti di cui disporre. Epoca nella quale si sa un po di tutto ma non si approfondisce nulla. Epoca nella quale la scuola mendica il minimo sindacale ma si pagano milioni di euro per un calciatore. Epoca nella quale è un sociologo a dover spiegare ai genitori come si fa il genitore. Epoca nella quale molti hanno tutto ma sono infelici. Epoca nella quale non è il pubblico ad erudirsi ma l’artista ad abbassarsi. Epoca nella quale il più sciatto intrattenimento si intrufola ed esurpa la cultura. Epoca nella quale sapere, erudirsi, elevarsi è un difetto, una colpa. Epoca della fibra ottica e delle discussioni sulla razza. Epoca nelle quale un imbecille ben gestito rende più di un genio. Epoca nella quale i soldi ed i beni materiali vengono sostituiti agli affetti. Epoca nella quale i nani possono assurgere al comando. Epoca nella quale si guarda tutto ma non si vede nulla. Epoca nella quale le religioni chiamano truffatori i maghi.

Non so se di epoca di mappo trattasi ma di certo mi sento molto a disagio, non so voi.

 

Radici e un monito.

Ognuno di noi potrebbe raccontare di storie sui propri nonni e sui genitori, chi non ne ha da dire. Vorrei accennare però almeno qualcosa sui miei genitori per non essere ingiusto. Il mio babbo si chiamava Abramo, classe 1923 abbandonato da mio nonno con gli altri tre fratelli, tutti maschi, finisce ancora bambino nel collegio di Santa Marta a Coverciano  e li prende la quinta elementare. A diciotto anni, con una lettera in tedesco scritta dalla direttrice, viene messo su un treno per Rostock, Germania del mar Baltico. Fa l’apprendista alla Heinkel, fabbrica di aerei da guerra, siamo nel 1941. Nel Settembre del 1943 come gli altri, passa da operaio a internato nei campi di prigionia per via di Badoglio e dell’armistizio.La mamma Anna e’ del 1932, finita la prima elementare viene ritirata da scuola per essere mandata ogni mattina, insieme alla sorellina Lidia da San Piero a Ponti a Prato a chiedere l’elemosina alle porte, scalze anche d’inverno.Sono stati buoni genitori tutto sommato, persone oneste come si usa dire, dedite alla famiglia. Ma si sa che ognuno di noi è in parte  il risultato del proprio vissuto e così mio babbo era abbastanza autoritario e non accettava discussione alcuna, forse per via del collegio. Aveva problemi evidenti nel mostrare affetto in un abbraccio o un bacio, mai dati, e questo lo attribuisco all’essere stato abbandonato da bambino.La mamma era più la tipica mamma ma anche lei con gli stessi limiti affettivi del babbo. Eravamo bambini io e mio fratello, più grande di me di tre anni, quando un giorno giocando, lui sul balcone io in strada, cade di sotto.Trauma cranico ed alcuni giorni di coma,poi si riprende bene ma quando ha la febbre oltre 38° tende a delirare, questa cosa ancora oggi che ha sessantaquattro anni.I miei genitori mi hanno sempre incolpato di quel fatto dicendomelo ogni volta ce ne fosse l’occasione o dicendomi che ero nato per sbaglio, che non ero stato voluto. Mio fratello è cresciuto con una gelosia verso i propri giocattoli da bambino e degli oggetti da grande, quasi patologica ed un rifiuto totale delle relazioni anche con me.Ricordo che se toccavo un suo giocattolo, mia mamma mi intimava di rimetterlo al posto prima che lui rincasasse in maniera non si accorgesse che lo avevo toccato. Quando accadeva che se ne accorgesse, erano drammi con la mamma che lo consolava. Anche quando stava male anche per un mal di denti dovevo prendere la bici e correre in farmacia, cosa normale se anche lui lo avesse fatto per me, come fratelli intendo.

E’ così, in tutto e per tutto anche oggi. Io ho avuto la reazione di cercare amicizia e affetto fuori casa “Tu pensi solo agli amici” mi dice mia mamma da sessantuno anni con un tono dispregiativo. Regalavo sempre qualche cosa agli amici, un giocattolo, o un oggetto qualsiasi che non usavamo abbastanza  e questa cosa era molto mal vista in casa fino a considerarmi uno con poco cervello e poco senso della vita. Non credo fosse pura generosità la mia, quanto la ricerca di riconoscimento, di approvazione, di affetto in fine.Ancora oggi ho grossi problemi affettivi e cerco sempre il consenso degli altri continuando ad auto alimentare una disistima di me stesso.Ancora oggi mia mamma, ancora viva, mi tratta come un fallito, una cosa riuscita male “dirazzata” come mi dice spesso.

Vedete come è difficile fare i genitori, e neanche a me è riuscita benissimo questa difficile arte,siamo tutti, almeno in parte, frutto di chi ci ha preceduto e se un cambiamento lo tentiamo, è pur sempre basato sui mezzi che ci sono stati forniti da chi ci ha cresciuto.Per questo raccomando ai genitori di trattare ed amare i figli alla stessa identica maniera. Considerandone le differenze del carattere ma cercando di essere equi e questa è l’unica cosa che sono riuscito a fare, credo.Comunque ritengo fondamentale riflettere sul fatto che il nostro comportamento da genitori formerà in un modo o in un altro le persone del futuro, per un bambino può essere determinante quello che per noi è un dettaglio insignificante.

Spartite se potete , amore, rispetto  e attenzioni in parti uguali come fosse una pozione salva vita, è la cosa che loro apprezzeranno o soffriranno di più.

In bocca al lupo, perchè è un mestiere difficilissimo e i danni non sono riparabili.

 

 

Il tesoro di Nada e Renato.

Chi mi segue da tempo sa che sono nato A Quaracchi ma cresciuto a Brozzi, con la gente di Brozzi. E’ li che ho imparato il valore del Socialismo, della cultura e soprattutto dell’amicizia che in casa mia era evitata come la peste,nemica, fastidiosa.La vita, come tanti di noi, mi ha strapazzato in mille esperienze e alla fine ho dovuto reimparare il mestiere dell’amicizia che nel tempo aveva perso valore. Tra gli incontri rari e privilegiati, umanamente parlando, devo mettere al primo posto Giusi, una persona davvero rara, una logudorese dal cuore unico. Questo incontro mi ha letteralmente cambiato la vita facendomi riscoprire valori dimenticati ed il sapore dell’amare disinteressatamente. Giusi è una specie di kamikaze dell’amore e dell’altruismo.

Altre sono le persone meravigliose che come tutti ho incontrato ma non potrei citarle tutte perchè ognuna ha una storia lunga e complessa, perciò non me ne vogliano, ci amiamo e lo sappiamo.

Ma una devo raccontarla se pur brevemente. Moreno, figlio di due persone fuori dall’ordinario, Nada Giorgi e Renato Ciandri, il partigiano Bube. Moreno è una persona speciale, frutto dell’amore e dei principi dei genitori e penso abbia le stesse caratteristiche di Nada, dolce ma fermo e senza paura nei principi. Con Moreno stare insieme, viaggiare per un concerto, scrivere e fare musica ha un sapore tutto speciale, raro e come dico sempre, il “viaggio” è il fine della vita, perchè è nel viaggio che le cose accadono.

La base fondante di quel che si fa insieme mi riporta alla bella gente di Brozzi che mi crebbe umanamente e per me è struggente. E’ un omone Moreno, con una voce alla Paolo Conte, grande e grosso e pilota una gru da cinquanta tonnellate ma dentro è come un bambino, coltiva e pratica sentimenti spesso perduti nei più. Ha una vita dura e lastricata di dolore e forse è questo il suo privilegio, perchè quelle cose lo hanno scolpito come un vecchio ulivo pieno di cicatrici ma che riesce a dare un olio dal sapore divino.E’ un concentrato di bellezza interiore e standoci insieme te la passa come una flebo. Con lui ho riscoperto il valore assoluto dell’amicizia nell’accezione più alta.

In fondo sono un privilegiato.

 

Grazie Giusi, grazie Moreno vi amo.

 

Anche il ragazzo bruciato a San Ferdinando ci vedeva come la terra della cultura.

In molti tra i colleghi mi hanno sempre suggerito di non mischiare musica e politica ma per chi come me è cresciuto con Banco, Area, Napoli Centrale, Lolli, Guccini, come si fa? Poi venne il tempo dello studio ed una nuova fase della vita ma anche li, incrociai Max Roach, Abbey Lincoln, Archie Sheep,Liberation Music Orchestra, tutte persone che risvegliavano vecchi fuochi forse sopiti dallo studio di scale e accordi. Alla fine mi ci riconosco, non posso farci nulla ma come ho sempre detto, prima che un musicista io sono una persona e tocco la vita, come il muratore,come il falegname, come tutti insomma.L’arte che tenta di prendere le distanze dalla vita mi ha sempre lasciato l’amaro in bocca e per me è edonismo, il musicista che per convinzione o per convenienza si volta dall’altra parte non mi è mai stato simpatico.Nessuno è al di sopra di nulla, tutti siamo immersi nella vita e le sue cose, belle e brutte e le arti, come scrivo spesso, hanno il privilegio ed il dovere di contribuire al miglioramento della società, hanno il compito di illuminare le coscienze se possibile.Chi straniero sognava il nostro Paese pensava a Caravaggio, Dante, Michelangelo, Bernini, Verdi, Puccini ed alla fortuna di chi in questo Paese ci è nato e cresciuto.Ho sempre dato valore alla mia immensa fortuna di essere italiano, di essere nato a Firenze, di avere gli Uffizi,le cappelle Medicee, il Ponte Vecchio a cinquecento metri da casa. Prendere un caffè sotto la statua di Dante in Santa Croce.

Ho incrociato altre volte Adelmo Cervi ma ieri ho avuto il raro privilegio di averlo accanto sul palco e di passarci tutto il pomeriggio insieme. E’ un vecchietto adesso Adelmo, la voce e le gambe tremano, le mani sono poco sicure ma tengono stretto l’ultimo suo libro “Mi raccomando ragazzi, comperate il mio libro, oggi ne ho vendute dodici copie” Ha una piccola pensione da contadino Adelmo e come tutti i suoi fratelli, la terza elementare perchè come racconta, dopo la fucilazione dei sette fratelli, lui a undici anni dovette andare nel campo per dare da mangiare alla mamma e le zie vedove.In quei “Campi Rossi” dove tutta una famiglia lavorava e mandava avanti protesta e innovazione agricola, dal giorno dopo l’arresto fascista, rimasero solo i nonni Alcide Cervi, la nonna Genoeffa Cocconi e i nipotini, tra cui Adelmo. Gli Adelmo oggi sono tutti vecchietti fragili e pur fieri non potranno più toglierci le castagne dal fuoco, spetta a noi oggi volenti o dolenti. Quella famiglia pagò con sette vite su sette figli, noi cosa siamo disposti a pagare?

Nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria, un’altro ragazzo, un disperato è morto bruciato vivo ed ecco che la giornata di ieri con Adelmo assume molti significati. Morte queste ultime persone, molti gli ultimi Partigiani, come faremo.Cosa rimarrà di questo Paese, delle sue idee del suo umanesimo e della sua bellezza.Ed ecco che le opere di Caravaggio, Dante, Puccini, rimarranno muti cimeli polverosi di una civiltà che fu maestra di arte e di vita.Non avrà più nessuna importanza l’esser nati a Firenze o in uno sperduto e povero paesino delle zone più depresse del Paese.Il ministro dell’interno Salvini spinge ed incoraggia questa deriva analfabeta, fascista e disumana  quando di fronte a questa tragedia non spende un alito di dispiacere, di commozione ma anzi la cavalca per raccattare consensi , come un povero razzola nei cassonetti, nell’immondizia dei sentimenti più bassi.La vita degli altri usata come il bastone con cui si mescola il pattume per i maiali.Per questo, per tutto questo, le arti, gli artisti, arroganti detentori del sapere, del potere della parola e della bellezza hanno la grave responsabilità di partecipare. Di dipanare e raccontare  il gomitolo che va da Dante, ai Fratelli Cervi, alla tragedia di San Ferdinando.

Restare muti, indifferenti, distaccati, è oggi la più grave delle colpe e fa di voi il nemico numero uno della cultura, delle arti e del proprio Paese che dalle arti, dalla bellezza  crebbe e fu quel Paese che in molti sognarono, non certo quello di oggi.

 

 

Cosa temo ci aspetti.

Fino all’epoca Berlinguer c’era una specie di “normalità”, anche il popolo e le sue reazioni parevano “normali”. Destra, centro e sinistra, non pareva difficile schierarsi, far politica, partecipare. In linea di massima c’era anche il rispetto tra avversari. Furono fatte grandi opere, conquistati diritti sindacali e inevitabilmente vi furono anche ruberie sui grandi appalti pubblici. Le mafie c’erano, eccome ma parevano “confinate” in certi luoghi, certe attività, in realtà la ‘ndrangheta stava già internazionalizzandosi, espatriando capitali e competenze.

Poi un delirio,a sinistra soprattutto, da Occhetto in avanti, una pletora di simboli e nomi da confondere anche un veterano della politica. Lotte di poltrone, invidie, orticelli, incompetenze e infine un PD che ha dato la spallata finale. Poco dopo ecco arrivare la sinistra minoritaria, piccoli agglomerati che parevano il nuovo ma che invece si sono accoltellati tra loro, nella confusione di barconi e articoli 18.

Nel frattempo accade un deja vu, l’italiano medio già di per se tendente a destra e spesso al fascio, stufo di questi teatrini inconcludenti, cerca altro e trova un finto nuovo, il 5 Stelle. Evito di descrivere questo movimento che per me usa i mezzi della rete come farebbe Scientology. In tanti si rifugiano li dentro, forse convinti che il modo di far politica, oggi sia questo. Ma appena arrivano al governo del Paese, cosa accade?  Accade che per via di certe dinamiche elettorali, mettono il Paese in mano ad un qualcosa che l’italiano medio sogna da 70 anni: l’uomo solo al comando, l’uomo forte, il “ghe penso mi” berlusconiano ma questa volta rozzo, sbrigativo, finto incolto e astuto manovratore di cervelli assetati più di vendetta che di giustizia.Salvini è uno che ha capito bene, come sfruttare l’attuale livello culturale disastroso dell’italiano medio.

Sta raccogliendo i frutti dei danni culturali fatti anche dalla sinistra, non solo da Berlusconi, come amiamo pensare per scaricarci la coscienza.

Capace di cavalcare tutto e tutti, passa dai barconi, agli artigiani veneti alle mafie. E’ diretto, fino al rozzo, impietoso (nel nome del popolo italiano) giusto, minaccioso con le mafie (a parole) Fa addirittura dimenticare il passato e le ruberie della Lega, talmente abile da prendere voti da chi a suo tempo offese, il Sud.Usa abilmente l’Europa a suo piacimento, ne parla o ne sparla, a convenienza. Maniche di camicia rimboccate, miete il grano come il duce, rispolvera una scenografia mai dimenticata, in fondo al cuore sempre anelata “Uno che si fa il culo e risolve tutto al posto tuo”

E’ la voglia soddisfatta dell’italiano da sempre fascista dentro, la soluzione sbrigativa a mali secolari ad una involuzione culturale devastante, è lui l’uomo che “Ghe penso mi”

Nel frattempo, la sinistra, colpevole di avergli consegnato l’Italia, continua a far salotto nella confusione di idee e nomi. Alcuni ancora cavalcano un effetto, le migrazioni, senza andare a proporre il fare su argomenti che ne sono la causa, senza proporre soluzioni vere e concrete all’italiano medio che non ce la fa per davvero. E dire che risolvere i problemi dell’italiano porterebbe anche alle soluzioni per i disperati che arrivano da fuori. Non ce la fa questa sinistra, vuol cavalcare a tutti i costi una sorta di pietismo da missionario in Africa.

Ecco, vi dico che questo Salvini ce lo terremo per molti anni, questo siamo stati capaci di produrre come sinistra.Nonostante in alcune zone del nostro Paese vi siano menti e forze sane che propongono e fanno, fanno per davvero, anche in Calabria, dove anche starnutire senza il benestare della ‘ndrangheta può essere pagato con la vita. Esiste dunque ancora, una sinistra sana, fattiva, concreta, onesta ma è una piccola minoranza ahimè.