Il Cattopietismo

Il 5 Marzo 2018 è stato ammazzato a Firenze Idy Diene africano di mezza età, padre adottivo e marito. Idy è stato massacrato da una sola persona con sei colpi di rivoltella, tutto il tamburo del revolver, poi i colpi erano finiti.Una gran parte della città ha reagito al fatto come ad un qualsiasi fatto di cronaca minore, una minoranza, la solita, ha reagito in tutt’altra maniera partecipando al dolore della famiglia di Diene e promuvendo iniziative insieme alla comunità senegalese fiorentina, che vorrei ricordare conta ben altri due esecuzioni in piazza, sempre in città, nel 2011 Samb Modou e Mor Diop, questi due erano inoltre dei ragazzi. Trucidati con una Smith&Wesson .357 Magnum, una specie di cannone tascabile che può fermare un rinoceronte in corsa con la sola forza cinetica del bossolo…non il temperino del boy scout…L’omicida, un’altro razzista, Gianluca Casseri, frequentatore di casapound.

Noi italiani siamo purtroppo “abituati” ai servizi, spesso giornalieri di femminicidi o tentativi andati in parte a buon fine (Acido, benzina etc)che spesso trattano  di ragazze o ragazzine. In questi casi, se la donna se la scampa viene spessissimo sfigurata per sempre e comunque fortemente menomata nel fisico e nella mente.

Tutto sembra essere parte di un copione zeppo di brutture umane, razismo,esclusione del diverso, visione distorta delle relazioni mascherata da amore, gelosie che equiparano una persona ad un oggetto del quale disporre e via andando. Comunque la giriamo, specchio di una società per nulla moderna, evoluta, acculturata ma piuttosto una società profondamente malata.

Vorrei però sottolineare qualcosa di preciso che lega i fatti assieme. Quando viene stuprata, menomata o uccisa una ragazza, parte tutta una serie di servizi che hanno più a che fare col gossip col voyer che c’è in ognuno di noi: come era bella, era bionda con gli occhi azzurri, che sogni aveva e via andando. In sostanza si va a sottolineare che il valore di una vita è legato al nostro concetto/valore di bellezza (spesso solo estetica)Ne consegue non solo che se sei men che bella hai meno diritto di vivere ma si da forza paradossalmente al concetto maschilista di bellezza. Insomma si da ossigeno e credibilità a molti femminicidi “La amavo era bellissima, ero invaghito etc” Negando che la bellezza è un concetto molto complesso ed è meno banale di un paio di occhi azzurri o un naso rifatto.Tutto questo pietismo, legato alla bellezza, ai sogni, in fine alla funzione di fattrice, per me è molto legato al catto pietismo.

Nel caso di Idy Diene, non c’è stato nemmeno questo tipo di pietismo, nessun giornale mi pare, ha scavato in chi era questa persona, che cosa sognava, che cosa sperava.

Sul ponte Amerigo Vespucci, il 5 Marzo 2018 è morto un negro, in una sparatoria (visto che sparatoria prevede uno scambio di colpi…forse Idy si è difeso con quei pochi ombrelli che sperava di vendere per portare un tozzo di pane a casa)

Quindi oggi imparo che i negri e molti altri esseri umani sono non solo un sotto prodotto ma che pur avendo una vita, non hanno sogni.

A conclusione di questa piccola e superficiale riflessione possiamo affermare che nell’Italia di oggi  ci sono almeno quattro categorie in ordine di importanza: uomini, donne, negri, animali domestici.

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Punto di non ritorno?

In passato, in Europa sappiamo esserci state molte fasi economiche differenti, che hanno creato alti e bassi nella società e in fine inevitabilmente nella cultura. L’esperienza fatta direttamente o letta sui libri di storia, ci ha reso arroganti nel pensare che prima o poi ci sarà una ripresa che coinvolgerà i due aspetti sopra citati. Una sorta di nuovo Rinascimento fiorentino, nazionale ed europeo.

Io non credo che questa volta accadrà  e i fattori sono molti. E’ come quando una persona si ammala di varie malattie, fino ad un certo livello, fino ad una certa età biologica il corpo ha le energie e le risorse per recuperare, oltre una certa soglia si muore, è fisica elementare.

Questa crisi dura da tanto tempo, troppo, ed ha coinvolto il 99% degli strati sociali, in Europa e naturalmente in Italia.

Due parole sulle arti, sulla cultura, il resto, economia e sociale son troppo complessi per potermi permettere di affrontarli.

Questione primaria , rispetto al passato le questioni sono oramai troppo intrecciate tra molti Paese e gli interessi pure, vedasi le guerre di vario tipo, armate ed economico culturali. Il che rende la matassa indistricabile senza falcidiare milioni di persone.

Questione “secondaria” nel declino perverso è iniziata una vera e propria strage di istituzioni culturali, operatori, artisti e tutto ciò che gira attorno. Questo ha irreversibilmente distrutto un patrimonio materiale ed umano irriproducibile, infine, l’ultima vittima, il pubblico, il fruitore, truffato con prodotti scadenti venduti per arte.

Quando una azienda fallisce, scompaiono i macchinari, la materia prima, gli operai e la dirigenza, insieme a questi, per mancanza di ossigeno, muore tutto l’indotto.

La morte delle arti creerà una società disumana, indifferente ed insensibile, con effetti che io prevedo catastrofici.

Come un episodio che accade a migliaia di chilometri da noi, prima o poi ci coinvolgerà nel suo effetto, così la scomparsa di un artista ha lo stesso effetto.

La soluzione io non la conosco, è troppo vasto e profondo questo terremoto ma  se non la mia generazione, è certo che le prossime si troveranno di fronte ad un contesto sociale ed economico devastante.

Nel frattempo, in maniera miope, ci preoccupiamo di chi sbarca per “invaderci” e imporci la propria cultura. Non è un male, la nostra è già morta, solo che molti non se ne sono accorti e continuano a programmare il proprio futuro, personale e familiare, quando un futuro non potrà esserci, almeno non come siamo abituati ad aspettarcelo.

 

In campana…

Il declino è solo in certe scuole?

Ho scritto anche di recente  alcune mie personali considerazioni sullo stato delle scuole di musica nell’aera metropolitana di Firenze. Cerco adesso di approfondire un po. Le scuole sono tante,forse troppe(?) gli allievi talvolta non abbastanza e spesso  non abbastanza motivati. Molte scuole sono in sofferenza quindi. Molte di queste scuole le conosco molto bene altre meno, altre ancora per niente per cui “sparerò” nel mucchio cercando di fare una media  e forse qualcuno potrà sentirsi offeso ma la mia intenzione è dare uno spunto di riflessione a chi lo voglia raccogliere, non certo offendere qualcuno.

Dunque, penso che alcune scuole abbiano una pessima dirigenza,spesso incompetente a livelli imbarazzanti, altre insegnanti discutibili, altre un tipo di offerta di basso profilo, altre una offerta confusa, altre ambienti e/o attrezzature troppo obsolete, alcune hanno un mix di queste pecche, altre le hanno tutte. Basterebbe sostituire una dirigenza o riverniciare i muri e comperare qualche pianoforte nuovo? Uhm vediamo ma temo di no.

Perchè c’è questa situazione? Ed ecco che vado ad analizzare cosa è accaduto dal 1981 anno in cui con altri amici aprii il Laboratorio Musicale Periferico, al tempo se non ricordo male, le scuole in città era due o tre.

Studiavo jazz e qual’era la situazione o meglio il mio ricordo , la mia percezione di questa? La maggior parte degli allievi era perfettamente cosciente che iniziare un percorso voleva dire studiare e a seconda del livello che ti eri prefisso, lo studio poteva essere gran parte della tua giornata. Alcuni dei miei allievi di allora sono oggi grandi professionisti, io ho vi misi molta passione ma lo studio ed il talento era il loro.

Il lavoro vero, nei clubs richiedeva un livello tecnico abbastanza alto e fare un disco era una cosa molto difficile perchè impegnativa e costosa.

Nei primi anni ottanta suonai col mio quartetto al Salt Peanuts di Firenze e nello stesso mese, in cartellone c’era il quartetto di Chet Baker, Tiziana Ghoglioni, Pietro Tonolo, Barry Altshul ed altri pezzi da 90, questa era l’aria che tirava…

Oggi molte scuole si sono tristemente adeguate alla qualità media della società, dell’iscritto che è credetemi molto abbassata nell’impegno profuso, nella coscienza di ciò in cui ci siamo imbarcati e delle illusioni che ci stiamo facendo. Le aspirazioni invece sono paradossalmente cresciute,talvolta a dismisura, si vuole subito un microfono buono e i processori vocali, o uno strumento professionale,si vuole subito un palco ed un pubblico, si vuole fare subito un CD e possibilmente finire in TV. Ne consegue che oggi sui palchi si va dalla buona performance al fare pena.La scuola oggi non ha il coraggio, non ha la forza di dire “Guarda che questo strumento non fa per te,la musica non fa per te, lascia perdere” Eh no perchè quello è un “cliente” e quel cliente si trasforma spesso in un vero affare a basso costo per chi organizza musica dal vivo.

Ma io non faccio il fornaio, ma anche il fornaio il pane deve farlo bene…, io formo delle persone, posso contribuire a formare la loro mente, posso formarle addirittura come esseri umani attraverso la musica. Posso farne una bella persona, o una brutta persona, Uno cosciente o un illuso. Un artista o un saputello arrogante e vuoto. Come scuola e come insegnanti abbiamo quindi una responsabilità esagerata, talvolta però sconosciuta all’insegnante stesso.Ecco perchè va trovata la forza di dire la verità alle persone.

Su questo si è anche inserita una crisi economica, sociale, etica e culturale mai vista prima, un qualcosa che ci fa, forse giustamente pensare, ad un declino della nostra società.

Ma perchè certi insegnanti, certi allievi, perchè son così?

In un contesto (Un Paese intendo)economicamente in crisi, si insinueranno in maniera lenta e subdola stili di vita e comportamenti sbagliati, scorretti, che poi diventeranno cronici, strutturali ed infine culturali. La scuola che ha pochi iscritti abbasserà il livello, inizierà a proporre cose discutibili (Quì si suona subito…) a vendere lucciole per lanterne insomma, e poi il musicista al quale è crollato il lavoro in studio o nei live proverà ad insegnare ma magari non sa farlo o peggio non ha passione nel veder crescere un allievo. Infine c’è l’allievo, spesso visto solo come il “cliente” lui vuole appunto studiare poco e veloce perchè in quattro e quattrotto vuole essere “famoso”, non bravo, famoso…

In questa tragedia ci voglio infilare anche i diplomi di jazz in biennio. Ammesso abbia un senso insegnare certe cose (ma qui si aprirebbe una discussione infinita, perchè in fondo anche insegnare jazz potrebbe essere discutibile…) io per capire Monk ad esempio, ci ho messo molti anni di lavoro, di studio, lo step successivo, suonarlo, mi ha preso altri anni, molti. Per cui certe cose forse hanno un senso, altre sono talvolta solo un “postificio” posti nei quali si rifugia  (a buon diritto per carità, tutti dobbiamo mangiare) chi vede crollare il suo mestiere di concertista e/o turnista e li trova uno stipendio garantito, una vecchiaia sicura.

Io temo che la soluzione non ci sia, benchè tra tutti i personaggi che ho coinvolto in questa mio superficiale approfondimento, credetemi c’è un sacco di brava gente e un sacco di gente competente o studiosa. Il fatto è che le scuole, gli insegnanti e gli allievi vengono dalla società, dal mondo civile, vi crescono, vi si istruiscono, vi si formano. Ma la società com’è oggi? Corrotta, stanca, delusa, ingiusta, non abbastanza meritocratica, iniqua, piena di illusioni, impitosa, indifferente etc etc.

Una mia cara amica cinese, insegnante di pianoforte classico ad Hong Kong pochi anni fa si iscrisse ad una master class per piano classico in una scuola fiorentina, una scuola  molto nota(…). Rimase sconvolta dal fatto che lei stessa era molto più brava dell’insegnante.Parliamo di una Master class non di un corso qualsiasi…Così a volte si fanno le cose, male, con leggerezza. La nostra società attuale per me è molte di queste cose ed altre ancora, ecco perchè personalmente sono pessimista pensate un po anche sul futuro delle scuole di musica.Non credo basti risistemare la tinteggiatura della scuola , cambiare qualche insegnante o cose simili, temo sia una questione globale, di società tutta. Il ripristinare regole nuove, l’abitudine a dire le cose come stanno, a fare una cosa se davvero ci crediamo, all’onesta verso se stessi prima di tutto.Un cambiamento della società è cosa difficilissima, può richiedere generazioni ma senza dubbio bisogna volerlo, desiderarlo e in vece troppa gente si trova bene nella fluidità della melma, ci sguazza.Ma temo sia l’unica via d’uscita, non è sufficiente essere ottimi e motivati insegnanti in un’ottima scuola se poi mi arrivano a lezione persone con la mente distorta nei pesi e nelle misure.

Per intanto, per non stare fermi ad aspettare la morte, penso, come ho già scritto sui social giorni fa, che le scuole, potrebbero intanto iniziare a parlarsi, confrontarsi,fare squadra, associarsi e lavorare in uno spirito comune.

 

Questo il mio pensiero, nel bene e nel male e con i dovuti errori, umanamente inevitabili.

Non c’è nulla di sbagliato ad essere sbagliati.

Basta poco a far star male una persona, a farla sentire una persona “sbagliata”, soprattutto se giovane, inesperta della vita come è logico che sia. Oggi giorno poi la cattiveria raggiunge subito e facilmente gli altri col web. Ti siedi alla tastiera e in pochi secondi puoi devastare una persona, così.Ma come è fatta una persona sbagliata, cosa significa esserlo e poi chi lo decide!Quando ero bambino in casa, genitori e nonni mi chiamavano bastian contrario, ero spesso in disaccordo ma cercavo sempre la discussione, il confronto, per come può essere a quell’età.Sinceramente non mi rendevo conto di questo ma ricordo che ero molto spesso a disagio, soprattutto odiavo tutte le convenzioni e le ricorrenze che tutti festeggiavano, a partire dal compleanno, non saprei dire perchè, era così e basta.Crescendo, gli amici presero il sopravvento sulla famiglia, amavo stare più con gli amici che in famiglia, non lo nego.

I miei miti, crescendo, divennero e me ne rendo conto oggi, tutti gli sfigati, i contro corrente, Tenco, Endrigo, Guccini, Lolli, De Andrè ma anche e soprattutto il Banco del Mutuo Soccorso, gli Area, Napoli Centrale. Tutti musicisti, si perchè in casa mia i libri non son mai esistiti ed io che in 59 anni ne ho letti una decina, penso di essere il più erudito in famiglia. Mia mamma, classe 1932 con la prima elementare, da bambina andava scalza da Firenze a Prato a chiedere l’elemosina bussando alle porte. Mio babbo classe 1923, quinta elementare presa al collegio di Santa Marta a Coverciano. Era finito li a 10 anni perchè mio nonno se n’era andato di casa lasciando moglie e 5 fratelli bambini senza sostegno ne economico ne affettivo, era sparito, punto. A 18 anni mio babbo fu spedito dal collegio, con una lettera di presentazione in tedesco, alla Heinkel a Rostock, Mar Baltico, un posto nel quale, alcuni inverni molto freddi, il tratto di mare tra la Germania e la Danimarca si ghiaccia e come mi raccontava mio babbo ” Ci passano sopra i Tigre” La domenica, lo svago di andare con altri ragazzi operai italiani a vedere le onde del Baltico e sognare casa.Quindi eccolo in Germania del nord nel 1941 a fare l’apprendista alla fabbrica di aerei, mandava i soldi a casa. Poi arriva l’otto Settembre del 43 e l’armistizio di Badoglio. Mio babbo, come molti altri disperati, passa da operaio a internato nei campi nazisti.Io tutte queste cose me le ricordo, per me sono una mia personale cicatrice perchè era nella carne dei miei genitori ed io non posso liberarmene.

Oggi il mio andare contro corrente, a modo mio, che sia nella musica o nel teatro ma anche nei miei comportamenti giornalieri, rappresenta per me anche una sorta di rivalsa per quello che i miei hanno dovuto affrontare ma mi viene naturale per fortuna. Mi piace essere uno “sfigato” uno che fa cose strane e si comporta in maniera strana. In una società che ci vuole consumatori uniformati, io mi dibatto e rendo arduo questo compito, anche se ne pago il prezzo, ovvio.Per questo dico ai genitori, se ritenete di avere un figlio “strano” un figlio fuori dai soliti schemi, accuditelo, tenetelo da conto e considerate questa cosa che vi è capitata, una ricchezza che capita a pochissimi genitori fortunati, anche se questo crea delle sofferenze.Io oggi forse capisco perchè i miei genitori hanno sempre maledetto il mio anticonformismo, una condizione che mi ha sempre accompagnato fin da bambino, loro hanno avuto, come molti al tempo, una esistenza tremenda ma io vivo il mio tempo. E credo che ilmio più grande ringraziamento nei loro confronti, sia proprio quello che hanno sempre maledetto, il mio andare contro corrente, la mia libertà in fondo.Io la pago ogni mattina e ogni sera ma me la posso ancora permettere.D’altronde essere contro corrente costa, quindi genitori e figli pagatene il conto sorridendo.

 

Una nota è abbastanza

Chi mi conosce sa quanto io insista nel cercare di capire la differenza tra le cose, strumentista, musicista, artista ma anche compositore e arrangiatore ad esempio. Oggi giorno invece, molto spesso tutto viene offerto con molta leggerezza ed inevitabilmente appiattito. In questo articolo vi parlerò di una nota, la nota Do o C nel linguaggio anglosassone.Precisamente il C3 o Do centrale, quello che sulla tastiera di 88 tasti di un comune pianoforte si trova nel mezzo, a metà. Il C3 si trova su quella riga dell’endecagramma che separa i due pentagrammi del pianoforte, quello della chiave di F o basso e l’altro, quello della chiave di G o violino o se preferite, mano sinistra e mano destra, grossolanamente parlando.Ora proviamo a descrivere cosa possiamo farne di questa nota prima di decidere di suonarne un’altra. Immaginiamo di suonare questa nota scegliendo uno strumento preciso, una tromba in Bb, la classica tromba che tutti conoscono, la più diffusa. Intanto essendo una tromba tagliata in Bb quindi strumento traspositore, per ottenere un C “reale” dovrò scrivere e suonare un D!!! Quindi anche l’ armatura di chiave cambierà per me trombettista e la tonalità di impianto idem!!! Se siamo in tonalità di C maggiore o della relativa A minore  reale, il piano, il basso, la chitarra, il flauto traverso, il violino etc non avranno niente di niente in chiave. Invece noi avremo due # (diesis) perchè ci troveremo in D maggiore o nella sua relativa minore, B, stesso destino per gli altri strumenti in Bb, i sax tenore e soprano (Ma il tenore andrà scritto in altra ottava). Se avessimo un sax contralto la differenza sarebbe una sesta maggiore col pianoforte ed una quinta giusta con noi trombettisti e tutto cambierebbe ancora!!!

La nostra nota:

Altezza/ottava, quale C suonare?Intensità/dinamica lo suono piano, forte mezzo forte o fortissimo?Timbro, chiaro, scuro, squillante,ovattato!Pitch, calante, crescente, calante all’inizio e crescente dopo o viceversa, centrato.Attacco, forte, piano, staccato, staccato legato, legato. Rilascio.Divisione ritmica, quanto decido di farlo durare questo C?Con quale intenzione sto suonando questo C? A cosa sto pensando mentre lo suono? Cervello, tecnica e cuore/intenzione.

Non siamo ancora a molto, abbiamo eseguito solo una semplice nota, ne serviranno forse altre a seguire per poter fare una pur semplice melodia ma potrebbe anche rimanere questa sola nota e potremmo cambiarle gli amici che le stanno intorno, altre linee melodiche, basso, accordi, ritmica…

Pensate che ancora siamo su aspetti tecnici, ne abbiamo accennato con le parole “cuore e intenzione” ma non abbiamo ancora descritto cosa vogliamo ottenere con questo C, che cosa vogliamo dire, come, a chi, perchè, quando.

Non ci sono ancora altri strumenti intorno a questo C e voi sapete che se ad esempio ci metto un G sopra, il rapporto C/G diventa una quinta giusta, se inverto ed il G lo metto sotto, l’intervallo mi diventa una quarta sempre giusta, il suono prodotto da questi due bicordi cambia e parecchio!!! Poi la relazione ritmica tra questi due suoni, quella timbrica, quella dinamica. In fine il basso e gli accordi, tutta roba eseguita da altri strumenti.

Se volessimo esagerare ci potremmo poi aggiungere un testo e forse quanto fin qui elencato, potrebbe complicarsi a causa di un elemento potenzialmente destabilizzante, il testo, cioè la parola, come pronunciarla, quando, con quale intensità, con quale timbro e naturalmente con quale “intenzione”!!!

 

Ecco, adesso anche chi tende a sottovalutare un mestiere o chi tende ad usare con faciloneria parole come musicista, artista, capolavoro, progetto, composizione e via andando potrà darsi una regolata e potrà se lo vorrà, rispettare il lavoro di molte persone.

Ed abbiamo parlato solo di un Do.

 

 

 

Più fornai meno artisti

Vedo diversi manifesti e annunci video di insegnanti di musica che dichiarano apertamente una parte determinante della loro “offerta formativa”: il divertimento.
In generale ritengo personalmente importante “alleggerire” una certa parte del lavoro, dello studio.
A volte però questo diventa causa ed effetto (negativo) al tempo stesso. In un tempo nel quale la pasoliniana frase “Allenare i giovani alla sconfitta” diventa incredibilmente necessaria, trovo criminale questo remare contro a tutti i costi anche quando la natura ti dice “Sei alto un metro e quaranta, non puoi giocare a basket nei professionisti…”.
Già zeppi di programmi tritacarne nei quali tutti sono aspiranti artisti o aspiranti chef, sarebbe buona cosa tornare a parlare di scuola, di impegno, di sforzo, di fatica , di premio e appunto di sconfitta da elaborare, da accettare soprattutto.
Eh si perchè ottenere certi risultati non passa affatto per il divertimento ma richiede uno sforzo ed una costanza che chiamerei addirittura fede, o come mi diceva mia mamma, fissazione.
L’allievo che non studia se non si diverte è un pessimo allievo, io non lo vorrei, l’insegnante che promette risultati divertendosi è un pessimo insegnante se onesto, un truffatore se disonesto.
Gli insegnanti e le scuole che promettono risate a crepapelle nello studio son le stesse figure che poi si lamentano del crollo di iscrizioni o della “concorrenza sleale e scadente nei live”
Siete voi che mettete in giro orde di illusi incapaci strimpellatori.
Non chiedo la parrucca alla Handel e la faccia scura piegati sul pentagramma ma per favore provate ad immaginare una via di mezzo.Se mi voglio divertire non vado a scuola, vado al luna park, a scuola ci si va per studiare, per crescere o magari per scoprire che non siamo tagliati per quella cosa.L’insegnante che regala lodi a tutti è un bugiardo, il genitore che ti chiama genio incompreso è un frustrato che cerca la rivalsa nel figlio.E allora vedi che molti non cercano di diventare bravi ma “famosi”. Io agli allievi dico sempre che se vuoi diventare famoso non serve farsi il culo a scuola, esci, accoltelli uno e domani mattina sei certamente sul giornale.Non tutti possono fare gli “artisti” e d’altra parte c’è un gran bisogno di fornai, il pane ci serve tutte le mattine…Non è nemmeno una necessità dell’anima, è una bufala credetemi, vedo tanti “artisti” tristi e squattrinati, la maggior parte per lo più, al contrario vedo molti fornai soddisfatti e col conto in banca.Andrebbe fatta chiarezza tra l’hobby trattato al pari della settimana bianca, del tennis o della pedalata e la vera necessità mentale del fare musica e amenità simili. Un hobby è una cosa che può basarsi su di un impegno relativo, sul cazzeggio addirittura. La stessa attività se portata davanti ad un pubblico e se il pubblico addirittura paga per venirvi ad ascoltare…beh la cosa cambia.E qui si entra nella questione del “mercato”. Tanti operatori del settore mi dicono di non preoccuparmi, che sarà il mercato a fare chiarezza, a distinguere il dilettante (scadente) dal professionista (di qualità) o se vi sembra più democratico, la roba buona da quella tirata via e dozzinale, sempliciotta.Questo è vero solamente in un mercato sano, il nostro è invece un mercato completamente falsato da miti farlocchi, incapaci che però hanno il santo nel posto giusto etc.Accade più spesso di quello che si pensi che allievi (spesso poco portati o svogliati) abbiano più serate live del loro insegnante. Il motivo va ricercato in due aspetti che tra l’altro rappresentano il classico cane che si morde la coda: Un pubblico culturalmente scadente, una programmazione ed una gestione del settore assolutamente scadente.Programmazioni scadenti generano pubblico scadente che a sua volta richiederà programmazioni scadenti.Ah a proposito, non se ne può più nemmeno delle cover band, che sono una copia ingiallita e fuori contesto temporale/storico dell’originale. Persino una scureggia è irripetibile così come fu in origine, figuriamoci.D’altra parte oramai da anni la figura del fare arte è stata distorta, sminuita, umiliata ma soprattutto è stata semplificata.

Oggi chiunque prenda in mano un microfono, una chitarra fa automaticamente l’artista, ergo fa arte. Definire cosa sia arte e cosa non lo sia, è infattibile, in troppi ci hanno provato ma la risposta pare non esistere. Però, che facciamo arte o no, che pensiamo che quello che stiamo facendo ci abbia a che fare o meno, ci dovrebbe incutere un certo rispetto, un timore, una prudenza. Chi nel passato ha fatto cose memorabili era così, aveva un passo che altri non avevano ed era mediamente gente che in quella cosa ci ha speso tutta la vita. Prendete Thelonious Monk, Charlie Mingus, Glenn Gould, Maria Callas, Eduardo De Filippo, Totò, Anna Magnani e la lista sarebbe ancora lunghissima in molti settori, queste persone hanno investito tutta la giovinezza ed ogni minuto del loro tempo per studiare, approfondire, migliorare e creare o provare a creare.Ecco che ci hanno lasciato più di un messaggio, uno sicuramente: se devi dire qualcosa, cerca di avere qualcosa da dire. Ecco che allora ti rendi conto che serve amore, cultura, nozioni, tecnica, fantasia, creatività. Serve decidere che questa cosa sarà la nostra vita comunque vada.

Ecco come è difficile, costoso, sputtanante, miserabile fare l’artista, in qualche maniera è una disgrazia.

Quindi mi auguro che molti presunti insegnanti cambino mestiere, che molte presunte scuole chiudano i battenti e magari che aumentino in maniera considerevole forni e fornai.

 

 

 

 

 

 

Punto e a capo.

Io tu loro, noi.

Pare che stiano accadendo fatti sconvolgenti, questo mix di guerre ovunque, il medio oriente che non trova pace, gli attentati in nome di qualcuno (che non si è mai visto…)le super potenze che tramano dietro le quinte destabilizzando e dividendo per poi piazzare le loro politiche. Ma anche il clima che sta cambiando, la dignità del lavoro scomparsa, la dignità di tanta gente di tanti popoli ignorata.

Ma noi dovremmo sapere che tutto questo è storia secolare, non sta accadendo nulla che non abbiamo mai visto.Il cuore dell’essere umano è da sempre ricovero di bene e di male.

A me interessa di più la reazione che abbiamo, ecco qui ci vedo un vero cambiamento.

Limito il discorso alla mia categoria quella chiamata, spesso impropriamente, quella degli  artisti.

Oggi si assiste anche nel mio ambiente ad un individualismo ed un protagonismo accecanti. La “carriera” parola che odio con tutto me stesso e non la partecipazione, il contributo alle arti. Perchè possiamo fare qualsiasi carriera ma dovremmo ricordarci che la musica ci sopravviverà, persino di Chopin non rimane che una lapide al cimitero…

E allora andiamo un attimo indietro, ci fu un tempo nel quale le menti e i cuori più “allenati” al sentire si fecero carico delle cose, i movimenti di intellettuali e i Partigiani verso l’arroganza dei regimi, eppure certi intellettuali e molti Partigiani non erano che ragazzi.

Anche nella musica ed anche in Italia abbiamo avuto e qualcosa ancora sopravvive, persone che hanno inteso l’arte come veicolo per cambiare le cose in meglio per tutte le persone.

Tutte queste persone hanno pagato un duro prezzo, molti con la vita ma non poterono fare altrimenti, perchè animati da una certa coscienza, perchè bisognosi di sogni, di utopie.

Forse i ragazzi son sempre uguali, anche oggi forse hanno sogni e utopie in testa,

Cosa è cambiato allora? Se negli anni 60 quando io ero adolescente era normale aiutare una vicina con un piatto di minestra, era normale scendere in piazza tutti insieme per chiedere o denunciare qualcosa, sognavamo e praticavamo la lotta di classe ad esempio. Le classi esistono oggi ancor più ma la lotta è scomparsa.

E’ necessario è urgente ritrovare una coscienza di massa, riscoprire il senso delle cose e combattere, con la musica? Con la letteratura? Con la danza? Con lo sciopero dei lupini?Va bene tutto.

Chi oggi voglia fregiarsi di una parola che io ritengo titanica, artista, deve dimostrare di esserlo, a se stesso prima di tutto. Solo questo ci consentirà di poterci guardare allo specchio, ogni mattina.

Cosa rimane delle persone, un’opera? Una manciata di battute di musica? Un dipinto? Forse, si questi spesso ci rimangono nel cuore ma soprattutto rimane quello che queste persone erano.

E dunque, scriviamo post indignati, post esultanti, post incitanti ma soprattutto partecipiamo, facciamo, schieriamoci apertamente è questo che cambia le cose, è questo che ci da il diritto di chiamarci artisti.

Panta rei

E’ vero, tutto passa. Apprendo solo ieri della morte ad Amsterdam nel 2012 di Sean Bergin, musicista bianco sudafricano classe 1948. Sean era nato a Durban e da quella terra aveva preso gran parte della sua ispirazione studiandone a fondo le tradizioni della musica popolare dei neri e condividendone le lotte razziali ma poi la sua patria era stato il mondo, vivendo e suonando soprattutto in Italia e nord Europa.

Era un saxofonista ma in realtà faceva parte di quelle persone toccate dal fato per le quali ogni strumento è buono per far musica, un genio direbbero molti oggi.

Faceva parte della generazione degli Han Bennink, dei Peter Brotzman, dei Tomasz Stanko etc.

Fu una generazione di musicisti straordinari di avanguardia difficilmente incasellabili perchè avevano un’idea di musica globale, in parte come Don Cherry, Joe Zawinul. A Firenze veniva spesso, io ero studentello di musica e lo ricordo sempre circondato da amici, suonavano musica tosta e suonavano dovunque, dal jazz club alla pensilina della stazione centrale, spesso dopo aver fulminato alcuni litri di alcol , eppure la loro musica era oltre, provocatoria, dissacratoria, dolce, amara, feroce, rappresentava perfettamente il malessere di certe generazioni.

Con rammarico mi rendo conto riascoltando quel poco che è rimasto in rete, che a quel tempo non capii a fondo la grandezza e la bellezza di quel messaggio e di quelle persone, anche se ascoltarli era un trip, molto molto forte credetemi.

Una cosa accomunò quel giro di musicisti, un’ideale di uguaglianza per tutti i popoli una uguaglianza di opportunità e di condizioni sociali. Non lo so se era ragionevole, se fosse giusta come visione ma so che ci rappresentava, noi e la nostra rabbia e so che quella visione permeava ogni nota che facevano.

Oggi mi guardo indietro e sento che quel tipo di persone, quel mondo mi manca molto, c’era una purezza rara in quelle persone, una capacità di fare comunità oggi sconosciuta.

Allora come oggi era difficile essere davvero così fino in fondo, anche allora come oggi eri visto come uno strano, uno fuori ma io so che queste persone ci aprirono un mondo, ci spianarono una strada.

La cosa per la quale sono fortemente debitore nei loro confronti è l’aver imparato la vera funzione delle arti, unire le persone, farle “crescere” renderle consapevoli di ciò che le circonda ed agire, si se vogliamo cambiare in meglio il mondo dobbiamo agire, loro alla loro maniera lo fecero.

Oggi è tutto show e poca sostanza, chi ha idee contro corrente spesso ha timore di metterle sul tavolo ma è necessario farlo.

 

Citando un altro gigante, Lester Bowie “Le arti hanno il compito primario di migliorare il livello di vita delle persone, di tutte le persone”

 

Io la vedo come Lester e cerco di portare avanti l’atteggiamento dei Sean Bergin, se non raccogliessi quella rara eredità queste persone avrebbero seminato inutilmente e lo troverei tremendo.

Don Chisciotte

La mia oramai pluridecennale frequentazione con la musica mi ha inevitabilmente raccontato delle cose, lasciato delle cicatrici ma poche certezze e forse è proprio l’incertezza la dominante (per dirla in musica..) della nostra epoca. Ho sempre ammirato e cercato di imitare quelle persone che si esponevano per se ma anche per gli altri, per migliorare le condizioni di tutti o cercare disperatamente di farlo.

Chi lo ha fatto, chi lo fa, sa bene che questo ha quasi sempre delle conseguenze.

Ma a che serve leggere i libri e le poesie di questi poeti maledetti, di questi Don Chisciotte della Mancia se poi non si ha la folle tentazione di imitarli.

Ho sempre letto poco e spesso solo libri di musica ma ricordo alcune cose che mi impressionarono come la Luna e i falò di Pavese, alcune pagine di Se questo è un uomo di Levi e addirittura La vera storia di Cavallo Pazzo e la tragedia dei Sioux di Zucconi, che lessi tutto d’un fiato.

Il cinema mi è sempre rimasto più facile da consumare, meno faticoso ed è li che ho dato fondo alla mia sete di storie e persone contro corrente, di visionari di eroi in qualche maniera e la lista sarebbe lunghissima.

In musica, il mio istinto mi ha sempre portato alla ricerca di musica e personaggi “scomodi” e anche qui evito una lista che sarebbe infinita.

Ma oggi tirando le somme, vedo da cosa viene ciò che sono, nel bene e nel male ed il mio male di vivere in questa società è chiamato ad emergere e vedo che certe letture e certi ascolti non hanno fatto altro che aumentarne la consapevolezza, è proprio difficile vivere.

Ciò nonostante, come Don Chisciotte continui una guerriglia fatta di molte sconfitte e pochi, piccoli momenti di gioia.

I Don Chisciotte però non sono pazzi, sono isolati nella percezione dell’insondabile, di un viaggio che non capiscono a cosa serva, la vita.

In questi anni questa percezione si è fatta giornaliera a scandire anzi ogni secondo della giornata, pian piano tutte le visioni son scomparse e all’orizzonte vedi una pianura senza fine e allora ti chiedi se andare ed in quale direzione.

Basterebbe poco per raccogliere meno sconfitte, per raccogliere qualche attimo in più di gioia, basterebbe avere la percezione di non essere isolati, di non essere cosa strana e rara nel tuo male di vivere.

Nella musica accade la stessa cosa dal momento che alcuni musicisti non lo sanno ma son persone anche loro, come tutti gli altri.

Ed è così che ognuno è infervorato nel suo esclusivo piccolo orizzonte dal quale trarre almeno un minimo riconoscimento da qualcuno da qualcosa, esistere in fine.Mancando così il cuore dell’arte del farla davvero l’arte, il miglioramento delle condizioni di vita delle persone, tutte, l’accrescimento delle coscienze e forse la conferma, in fondo al viaggio della totale inutilità della vita.

Fino ad ora ho cercato di scavare profondo ma figuriamoci se oggi è possibile farlo davvero, fuori tra gli altri, tutto è consumato in fretta, senza consapevolezza senza gioia, senza dolore.

Questa bulimia del nulla annichilisce i sensi, ti porta a spasso per tutta la vita e ti fa false promesse, poi ti ritrovi al capolinea che ti par di riconoscere ed infatti è il punto dal quale sei partito, molto tempo fa. Ci sei tornato, vuoto, come quando partisti.

Per questo spero che almeno chi ha la pretesa e la follia di maneggiare le arti e la propria vita, intuisca in un momento di follia l’inevitabilità del cercare altro da se stessi, dopo se stessi.

Il nichilismo, il vouyerismo, il materialismo, l’auto celebrazione  potranno altrimenti devastarvi anche il sogno più innocente, più legittimo.

 

Cercare la bellezza negli altri e nelle cose che riteniamo banali, questa dovrebbe essere  per me l’unica folle e forse impossibile meta della nostra epoca.

Se non dovesse funzionare saremo stati almeno dei visionari, dei Don Chisciotte.

 

 

Gli ingredienti dell’arte

Potremmo fare una lista lunghissima di personaggi che nelle arti hanno segnato la storia, musica, letteratura, cinema, teatro, pittura…dappertutto possiamo rintracciare eccellenze creative.

Limitandomi alla musica che frequento più del resto, dico che non dovremmo parlare di ingredienti al plurale ma di ingrediente, uno solo.

Thelonious Monk, Charlie Mingus, Lester Bowie, Charlie Parker, Sun Ra,John Coltrane, Billie Holiday e molti altri jazzisti ma anche Ray Charles, Amy Winehouse, Jeff Bukley e molti altri.

Tutte queste persone erano molto creative, agitate, instabili, insicure, inaffidabili, spesso tristi.

Il fatto è che per poter dire qualcosa che scuota la vita, che la metta in discussione, serve un ingrediente base: l’introspezione. Quella vera, quella feroce, guardare la nostra vita senza farci sconti.

Purtroppo facendolo emergono quasi sempre motivi di malessere, disagio, male di vivere spesso.

E’ quello che molti pensano essere uno stereotipo, in realtà è quello che ogni giorno vive chi si rapporta al suo intimo in maniera sincera, quello che di solito fa chi ha veramente a che fare con le arti umane.

Il percorso di queste vite è quasi sempre segnato alla stessa maniera e la paga sono pochi minuti al giorno di gioia.

Una volta, il grande musicista Muhal Richard Abrams disse “Prima mi drogavo e passavo la vita vagabondando per New York, poi Joseph Jarman mi fece conoscere e frequentare un giro di artisti creativi Chicagoani (AACM), qualche volta fui anche felice…”

Non è un luogo comune, la creatività, quella sincera, quella vera, per essere manifestata ti ruba la vita, non c’è niente da fare è così.La condizione di una certa “sofferenza” è l’ingrediente senza il quale non c’è arte possibile.

Per questo va riscoperto il guardarsi dentro, lo scavare per poi cercare di raccontarsi all’esterno. Non so se serve a qualcuno o a qualcosa ma di certo è l’ingrediente base.

Il musicista incravattato, benestante, ben inserito in società, piaccia o meno, non farà mai arte,sarà piuttosto un intrattenitore.

Le scuole di formazione quindi ben vengano a fornire gli “strumenti” tecnici per esprimersi ma la sostanza, se c’è esce e viene da dentro.

Usiamo quindi con più parsimonia il termine artista perchè c’è un mondo dietro a questa breve ed abusata parola.